di Sergio Resta, Medico Chirurgo, Scrittore, cultore di Programmazione Neuro-Linguistica e di  fisica quantistica 
 
L'autore, Sergio Resta
La rappresentatività politica, la credibilità di un leader, la fidelizzazione di una linea di pensiero si fondano, ineludibilmente, sulla comunicazione.
La capillare diffusione del mezzo televisivo, radiofonico, del web, fruito dalle più svariate categorie sociali, ha consentito l'apprezzamento del messaggio verbale e visivo da parte di una larghissima fascia di popolazione mondiale.
Se da una parte si assiste ad una presa di coscienza politica da parte di strati sociali prima quasi totalmente muti perchè marginalizzati rispetto all'onda informativa, oggi si cominciano a registrare i primi segni d'insofferenza legati a figure professionali poco inclini alla comunicazione secondo i canoni imposti dal tempo e da un lento miglioramento della qualità culturale della platea.
Assistiamo quotidianamente a fenomeni estremamente disturbanti e socialmente molto pericolosi: l'attribuzione di incarichi complessi e di considerevole lignaggio professionale a personaggi incapaci di cavalcare il mezzo speculativo in forma comprensibile, scevra da contaminazioni linguistiche, capace di raggiungere l'obbiettivo prefissato.
 
Eludere l'argomento non solo è culturalmente segno tangibile di involuzione ma rappresenta un irresponsabile esempio fornito all'inconsapevolezza delle giovani generazioni. Ed è purtroppo la distorsione del messaggio istituzionale, dai più alti livelli in poi, a generare l'humus fertile su cui si innestano tutte le altre pedisseque manifestazioni di alterata comunicazione.
 
Il presenzialismo televisivo, voluto e imposto, relega alcune figure a una permanenza mediatica eccessiva e diseducativa.
Assistiamo con disarmante frequenza a sproloqui linguistici senza rispetto delle norme grammaticali elementari: soggetti, verbi, complementi e quanto compone la nostra secolare e complessa lingua, vengono banalizzati da fonemi che innescano dubbi legittimi sulla competenza professionale e culturale di chi li pronuncia.
 
Peraltro le contaminazioni dialettali sono in perenne agguato rendendo risibile, se non addirittura censurabile, un discorso che, magari espresso in lingua italiana e senza derive regionalistiche, avrebbe potuto avere un senso logico e credibile.
 
L'Italia non si attesta tra le Nazioni ove il consumo di libri connota i suoi lettori come “forti” (almeno un libro acquistato e letto per mese).
 
Il livello culturale quindi è giocoforza basso, scadente in alcuni contesti.
 
E sono proprio i più incalliti utenti del mezzo televisivo, i lettori deboli, a fare proprie le deformazioni linguistiche, a scimmiottare i rappresentanti del popolo, a contribuire al mantenimento di una condizione di scarsa risonanza culturale e insufficiente prestigio politico attraverso un'accordance basata sul motto simpatico, sull'atteggiamento ìlare, sulle ridicolaggini volgari impresse in un attimo di registrazione del tal rappresentante politico, forse più aggrappanti proprio perché pronunciate da un soggetto istituzionale.
 
Ciò contribuisce non solo allo svilimento della cosa pubblica ma altresì al desiderio di fuga di entità sociali che non si riconoscono e non accettano una svolta populista vacua e afinalistica.
 
Spaccature quindi non solo culturali ma anche, e più pericolosamente, interclassi.
 
Considerazione a parte merita la gestualità e la prossemica.
 
Spesso i leaders dialogano col proprio elettorato a braccia conserte, con le gambe accavallate, con le mani incrociate davanti al pube, con le mani intrecciate a proteggersi le terga: chiari segni di incompetenza comunicativa, quasi non vogliano che il loro messaggio giunga alle orecchie
del loro “popolo”o che non desiderino essere raggiunti da critiche o commenti.
 
La gestione dello spazio ricalca alla perfezione un concetto d' incompetenza comunicativa: eccessiva propensione a una postura comoda, informale, quasi svogliata in contrasto con l'impegno dialogico dell'uditorio.
 
La credibilità di una Nazione non può prescindere un concetto di educazione, cultura, forma ed eleganza. L'immagine che dell'Italia risuona da oltre un secolo è “...pizza, mafia e mandolino”.
 
L'acquisizione di un miglior livello di comunicazione istituzionale, obbligatoria a parer mio in tutti gli ambiti ove il potere politico e amministrativo incrociano i bisogni del popolo, sarà la svolta epocale, capace di ridisegnare non solo nuovi scenari di corretto dialogo sociale, ma anche l'esempio per un riposizionamento culturale più ambito e decoroso per una Nazione ove la parola CULTURA e tutte le sue manifestazioni sono state padrone per secoli dello scenario europeo.