di Sergio Resta, Medico Chirurgo, Scrittore, cultore di Programmazione Neuro-Linguistica e di  fisica quantistica 
 
La comunicazione investe tutti gli ambiti del vivere umano. L'assioma non è frutto di una presuntuosa coercizione normativa, bensì la messe di considerazioni che spaziano ampiamente nell'ambito sociologico e reclamano la giusta presa di coscienza e applicazione.
La mia esperienza di chirurgo ha spesso schiuso ai miei increduli occhi situazioni ove l'alta drammaticità andava a braccetto con la scarsa professionalità: pazienti portatori di gravi patologie venivano resi edotti della loro breve aspettativa di vita tout court , senza l'applicazione delle giuste regole di “rispetto”, senza concessione di un briciolo di speranza.
 
Ciò avviene nella quotidianità: il medico di famiglia, come ogni operatore sanitario non focalizzato su una comunicazione corretta, è un dispensatore di ansie, di tensioni, di negatività la cui espressione è un netto peggioramento della patologia di base.
 
E' infatti scientificamente provato da minuziosi studi di PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) che il paziente, sottoposto a stress psicologico da malattia, vira verso un peggioramento sindromico alla comunicazione inappropriata della gravità della propria patologia.
Si assiste a una netta diminuzione della capacità immunitaria incapace di fronteggiare eventi infiammatori e/o arginare la proliferazione neoplastica. 
Gli ormoni stressogeni inducono un aumento di produzione di insulina e vasospasmo in grado di ridurre l'ossigenazione d'organo e apparato, precipitando in una vite senza fine la già precaria salute di tanti inconsapevoli vittime della cattiva comunicazione.
Peraltro i sistemi informativi, la cui gestione compete ad ambiti egemonici nel campo dell'industria del farmaco, non leniscono il gravame psicologico dei soggetti sofferenti attraverso l'uso di un linguaggio comprensibile e illuminato da qualche flebile luce di speranza.
 
Tutto ciò che coinvolge la salute richiede il giusto approccio comunicativo.
La stridente considerazione che si affaccia spontanea è: perché, a fronte di acquisizioni psicologiche relative al disagio dei malati, l'architettura organizzativa sanitaria ancora non ha previsto l'insegnamento della materia “comunicazione” tra gli esami obbligatori universitari?
 
Il miglioramento della qualità del rapporto medico-paziente è certamente uno degli obbiettivi da perseguire nel futuro più prossimo, non solo al fine di umanizzare un percorso costellato spesso dai toni più grigi della scala umorale, ma anche per diminuire i costi di gestione della sanità attraverso l'otttimizzazione della risposta organica dei pazienti secondaria a una MIGLIORE COMUNICAZIONE.