di Felix B. Lecce, docente di Comunicazione Forense e di Analisi Comunicazionale Forense presso Sapienza Università di Roma

Roma, 24/6/2017 - Auditorium Facoltà Teologica "S. Bonaventura", SEMINARIO "Le neuroscienze della scrittura. Aspetti giuridici, neurologici, psicopatologici e grafopatogici."

La mia relazione riguarda l’analisi metalinguistica ovvero tutto ciò che la comunicazione scritta, sia essa manoscritta, dattiloscritta o scritta sul web può portare, sebbene in ambito scientifico si stia ancora studiando come sia possibile rilevare l’impronta di chi ha scritto un testo, non sulla base dell’esame del segno grafico, o sulla base dell’indirizzo IP, quando questo si tratti del contenuto testuale di un documento informatico. Collaborando con magistrature penali sovente mi è capitato di rilevare che per far perdere le tracce sulla origine effettiva di un dato documento cartaceo si fosse ricorsi alla stampa cancellando poi il file, distruggendo il relativo supporto informatico, oppure si fosse fatta una fotocopia distruggendo poi l’originale, in modo che anche attraverso l’esame del materiale cartaceo e degli inchiostri fosse impossibile risalire all’epoca di stesura del testo, alle relative alterazioni di esso, etc. In simili casi, in altri Paesi europei si fa ricorso all’analisi metalinguistica, cioè si studia il testo scritto per rilevare le personalizzazioni “stilistiche” che l’autore può aver apportato inconsciamente al modo di esternare per iscritto la propria comunicazione. Mi riferisco in particolare alla comunicazione verbale e alle sue relative principali suddivisioni: scritta e orale.   
Nell’ambito della comunicazione scritta distinguiamo: manoscritti, dattiloscritti e digitoscritti. Faccio questa semplice cornice solo per una funzionale premessa a quanto sto per illustrare.
Rispetto alla comunicazione verbale, cioè a tutto ciò che si produce sotto forma di parole, ricordiamo che da essa dipende l’efficacia significazionale, ovvero quanto ciò che scriviamo o diciamo sia efficace nel trasmettere proprio quei significati che noi vogliamo lasciar intendere. E qui c’è già tutto un mondo da esplorare…
Le competenze metalinguistiche di lettura più utili sono certamente quelle permettono la rilevazione delle soggettive generalizzazioni, delle cancellazioni e delle distorsioni neurolinguistiche cui ognuno fa ricorso inconsapevolmente nel parlare, nello scrivere e nell’interpretare l’altrui comunicazione (anche quella non verbale). Che cosa vuol dire ciò più semplicemente? Vuol dire che, ad esempio, se quattro persone si trovassero coinvolte in uno stesso evento, ognuna lo ricorderebbe e lo descriverebbe in modo diverso, ovvero ometterebbe il ricordo di alcuni aspetti, descrivendone con maggiore precisione ed enfasi alcuni altri. Utilizzerebbero un modo diverso di rappresentare i fatti che non sarebbe riconducibile soltanto alla diversità individuale o di lingua madre. Ad esempio, una persona descriverebbe l’evento facendo parlando per lo più di persone che avrebbe visto e ascoltato, un’altra riferirebbe in dettaglio sul luogo dell’accaduto e sulla relativa ambientazione, un’altra ancora darebbe un dettagliato resoconto della cronologia dei fatti cui ha assistito e l’ultima, ad esempio, dettaglierebbe invece sui rumori circostanti, sulla voce delle persone, sugli odori, sulla temperatura ed altri aspetti climatici. In estrema sintesi: ognuno memorizzerebbe, ricorderebbe (oltre che dimenticherebbe) e descriverebbe in modo individualmente soggettivo. 
Queste sono le ragioni principali, ovvie e spesso quindi trascurate, per cui in ambito processuale testi che depongono su medesimi fatti sembrano riferire versioni dei fatti assai diverse l’uno dall’altro. In realtà, nell’ottica meta-neurolinguistica spesso si tratta, più che di versioni diverse, di versioni complementari, in cui la diversa esposizione dei fatti rappresenta le distinte tessere di uno stesso mosaico. A tal riguardo gioverà tenere a mente che anche quando le persone fossero molto sincere il loro riferire sarebbe comunque condizionato dai limiti propri della facoltà umana di comunicazione: essa è espressione linguistica individuale della sintesi dei pensieri, del sentire e dei ricordi, giammai una rappresentazione completa ed oggettiva di quanto pensato, sentito o ricordato dalle persone. 
Con questa premessa molto generale ho voluto soltanto sottolineare quanto sia assai più agevole e sicuro approssimarsi ai fatti oggettivi partendo da una narrazione orale o scritta, se si prendono in considerazione anche le “personalizzazioni” attraverso le quali ognuno, inconsciamente, aggiunge ai fatti riferiti “regole non scritte”, giudizi soggettivi ritenuti condivisi, ipotesi che ritiene condivisibili, deduzioni e supposizioni dissimulate, oltre ad omettere dettagli che ritiene superflui o  ovvi.
Altro aspetto spesso trascurato è l’importante differenza, in termini linguistici, tra un fatto e la sua narrazione.
Se riferissi: «Tizio ha incontrato Caio e ha alzato il braccio destro profferendo nei suoi confronti “x, y e z”», mi sarei limitato a riferire i fatti descrivendoli in dettaglio. Diversamente, se riferissi: «Tizio ha incontrato Caio, lo ha maltrattato e poi insultato.», mi sarei cimentato in una narrazione soggettivamente sintetica. Ad esempio, avrei fatto ricorso alla generalizzazione “maltrattato” omettendo così di dire che cosa avrei visto fare da Tizio.  L’omissione rappresenterebbe per me un modo personale di fare sintesi risparmiando parole e tempo. Per l’ascoltatore o lettore potrebbe, invece, rappresentare un inganno che potrebbe portarlo a ritenere che con “maltrattato” io intenda ciò che anch’egli sintetizzerebbe con tale termine, oppure potrebbe sembrargli un pre-giudizio sui fatti, sostanziato nella omissione di dettagli che gli impedirebbe quindi di pervenire a un suo autonomo “giudizio” in merito.
L’analisi metalinguistica ci permette di rilevare personalizzazioni espressive che prescindono dalla influenza che l’educazione, la cultura scolastica, fattori genetici, etc. possono avere avuto sul comunicante.
Si prenda ad esempio il caso di cronaca nera del delitto di Avetrana cui fu coinvolto tale Michele Misseri, il quale, per il solo fatto di essere un soggetto a “bassa scolarizzazione” venne a lungo comunicazionalmente sottovalutato dai media e dagli inquirenti.
All’epoca dei fatti fui intervistato più volte quale esperto di analisi comunicazionale forense e mi fu chiesto anche di dire la mia su alcuni video che ritraevano il Misseri intervistato in trasmissione televisive o in passaggi tele giornalistici. La prima cosa che mi sembrò subito evidente è che fosse molto astuto e, in certo senso, anche molto intelligente: mostrava di aver ben capito di essere sottovalutato di aver saputo anche sfruttare ad arte la credulità che era riuscito a carpire con insospettabile abilità persuasiva. Contrariamente a quanto credevano all’epoca molti esperti “forensi” da salotto televisivo, lui non cercava affatto di riuscire ad apparire sincero e credibile, bensì puntava a conquistarsi una pubblica reputazione da bugiardo sfruttando a suo favore l’attenzione dei media. Per quale motivo egli lo facesse scientemente lo ignoro, ma certamente dal punto di vista processuale avrebbe potuto avere i suoi vantaggi, soprattutto relativamente la sua prima autoaccusa, poi ritrattata, di uccisione della minore Sara Scazzi. Non posso certo escludere che egli fosse stato consigliato in tal senso dal suo avvocato difensore e che avesse poi continuato di suo, facendo leva su una diffusa convinzione (anche tra gli esperti forensi e gli inquirenti): che chi cambia spesso versione mènte. Niente di più sbagliato! In vero è assai più probabile che mènta proprio chi fornisce ogni volta precisamente la stessa versione dei fatti. Nonostante esista ormai un’ampia e consolidata letteratura scientifica internazionale a sostegno di ciò, ancora oggi molti si approcciano alla questione in modo assai logico, ma scientificamente molto errato. Nella mia esperienza ultraventennale in ambito forense ho riscontrato spesso che il mentitore studia a memoria la propria versione dei fatti, fino a divenire capace di ripeterla perfettamente anche quindici, venti o trenta volte. Sia dall’inizio alla fine, che dalla fine all’inizio.
Tornando al caso di Avetrana, era per me fin troppo evidente, almeno per quanto ne sapessi dai media, che la credenza che “chi cambia versione mènte” avesse potuto permettere a Misseri di fregare gli inquirenti e prim’ancora gli investigatori. Quell’uomo, sebbene sembrasse una persona sempliciotta e di scarsa intelligenza e nonostante evidenziasse marcati (e palesi) tratti narcisistici di personalità, era riuscito a “drogare” ripetutamente i media con i suoi clamorosi cambi di versione ed era riuscito ad apparire inattendibile a tal punto che, anche gli inquirenti iniziarono ad avere grossi dubbi sull’effettiva veridicità delle sue autoaccuse di occultamento di cadavere.
Tornando alla analisi metalinguistica e prima di andare oltre, mi preme disambiguare a dovere i termini “conscio” e “inconscio” (e le relative forme avverbiali), perché c’è il rischio che altrimenti voi possiate pensare che io faccia riferimento ad accezioni tradizionalmente psicodinamiche di tali termini o comunque risalenti all’età della pietra della psicologia. Quindi, sia per il già detto e per il quanto dirò, ogni volta che mi avete sentito dire (o mi sentirete dire) “conscio” sappiate che si tratta tutto ciò di cui riusciamo ad accorgerci razionalmente. Quando invece ho detto o dirò “inconscio” mi riferivo o mi riferirò semplicemente a tutto quanto riusciamo a percepire, a prescindere a che stia accadendo dentro di noi o in nostra presenza, senza che ce ne rendiamo conto. Di conseguenza, il fatto che alcune cose sfuggano alla nostra attenzione cosciente significa solo che non siamo abituati a notarle.
Facciamo un esempio: se durante questa mia relazione chiudeste gli occhi e vi addormentaste, si potrebbe dire che non sareste stati attenti a quanto ho detto. Ma sarebbe altrettanto giusto dire che voi non avreste ricevuto la mia comunicazione e che non ne potreste quindi esserne influenzati? Assolutamente no! Sappiamo bene che il nostro udito è attivo e percepisce i suoni anche quando stiamo dormendo, tant’è che se percepiamo un rumore forte o il suono della nostra sveglia ci svegliamo di soprassalto. Anche mentre dormiamo il suono continua ad essere convogliato all’interno del canale uditivo, provoca lo spostamento della membrana del timpano e così via. Infine il nervo acustico invia il suono trasformato in segnali bioelettrici al cervello che li interpreta e li registra e li archivia nella nostra memoria.  Ovviamente, in tal caso l’archiviazione mnestica si forma in maniera assai diversa da come si formerebbe se fossimo svegli. Infatti i contenuti verbali vengono captati e vengono elaborati senza subire il preliminare vaglio critico e razionale della nostra mente conscia. Fortunatamente, mentre dormiamo solo una minima parte di ognuno di noi si addormenta, mentre la rimanente resta in silente attività e sotto la regia della “mente inconscia” per tenerci in vita. Le funzioni vitali continuano a restare attive: continuiamo a respirare, il cuore continua a battere ed il sangue a fluire nel nostro corpo; il nostro olfatto, l’udito, la propriocezione e parte del della nostra sensibilità tattile restano ben ricettive stimoli. Proprio per questo motivo si sconsiglia, ad esempio, di litigare nello stesso ambiente in cui ci sono dei bambini che stanno dormendo. Oppure si sconsiglia di lasciare la radio o la TV accesa, mentre si è concentrati in altro o ci si sta per addormentare. Si tratta di semplici accorgimenti per evitare la memorizzazione acritica di informazioni e la conseguente influenza che tale attività mnestica può esercitare inconsciamente sui propri pensieri e comportamenti, con esiti anche molto imprevedibili.
Nella analisi meta-neurolinguistica il training, l’allenamento mentale, ha un ruolo fondamentale perché lo specialista deve diventare capace di percepire consciamente informazioni che la maggior parte delle persone percepisce senza accorgersene, al di sotto della soglia di attivazione dell’attenzione vigile e cosciente.
Si dice che io sia capace di cogliere molti aspetti della comunicazione non verbale invisibili ai più, e che in ragione di ciò io sia annoverabile tra i maggiori esperti in materia a livello internazionale. Sebbene ciò mi lusinghi non poco, resto convinto che tali risultati siano raggiungibili da chiunque, come ho fatto io, si sia esercitato a dovere ad acuire la propria sensibilità e prontezza visiva e uditiva, talmente a lungo da giungere a conseguire una perfetta integrazione delle nuove abilità senso-percettive nello spettro delle proprie abitudini attenzionali. I miei occhi in questo momento stanno captando una infinità di informazioni, quasi impercettibili, sul vostro linguaggio del corpo e, sebbene me ne stia accorgendo, il mio cervello sta continuando indisturbato a elaborare i processi mentali che mi permettono di proseguire fluentemente questa relazione. Questo è possibile solo perché grazie a un prolungato training e ad una tenace autodisciplina nell’esercizio quotidiano, sono riuscito ad aumentare la portata automatica della mia attenzione vigile e cosciente. Semplicemente, c’è stata una fase di apprendimento in cui ho focalizzato intenzionalmente la mia attenzione su dettagli e sfumature che normalmente non rilevavo coscientemente, fin quando non mi sono accorto che le riuscivo a notare senza alcuno sforzo volontario di concentrazione e senza distrarmi.
Lo sviluppo delle competenze di analisi metalinguistica, in estrema sintesi, è perseguibile attraverso la focalizzazione attenzionale volontaria, su aspetti linguistici e metalinguistici della altrui comunicazione che normalmente (e culturalmente) non si prenderebbero in alcuna considerazione. Questa procedura di auto addestramento attentivo deve essere ripetuta fino alla comparsa dell’automatismo di rilevazione cosciente perseguito. Stiamo parlando di risultati conseguibili da chiunque si eserciti per il tempo necessario (che varia da soggetto a soggetto) a sviluppare gli specifici automatismi attenzionali.
Provate a fare quello che c’è scritto nella prima riga del seguente schema:
Perché risulta così difficile? In fondo si tratta soltanto di pronunciare ad alta voce il colore mentre si legge in silenzio la parola scritta. Ovviamente la difficoltà è dovuta principalmente al conflitto che si determina tra le distinte funzioni mentali chiamate in causa da ambo gli emisferi cerebrali: a livello metalinguistico c’è una interferenza, il colore conferito ai caratteri che formano ogni parola non è il colore cui si fa riferimento per iscritto. Questo tanto per farvi un esempio, semplice e pratico, di che cosa significhi analizzare metalinguisticamente delle parole, focalizzando la propria attenzione su aspetti diversi da quelli siamo abituati “culturalmente” a notare.
Noi percepiamo le informazioni presenti nel mondo circostante attraverso i cinque sensi e con ciò mi riferisco ovviamente solo alle cose che possono essere oggettivamente percepite attraverso gli organi di senso. Se stringessimo la mano di qualcuno potremmo percepirne oggettivamente la consistenza, la forza esercitata, la temperatura e sulla base di tali informazioni sensoriali fare delle “fantasie” su che tipo di persona sia. Ecco, le “fantasie” a cui mi riferisco sono le interpretazioni, cioè il risultato di un’attribuzione di significati che ha ben poco a che fare con le mere percezioni sensoriali.
Ognuno di noi personalizza già nella fase di codifica sensoriale delle informazioni che capta, sebbene ognuno di noi possegga un buon udito, una buona vista, un buon olfatto, un buon gusto, ognuno di noi, ode vede, annusa, gusta e percepisce in modo soggettivo. “Personalizziamo” inconsciamente anche quando si formano i ricordi nella nostra memoria.
I ricordi sono memorizzazioni multisensoriali all’interno delle quali ognuno dosa, inconsciamente e in modo soggettivo, la quantità degli elementi visivi, sonori, gustativi, olfattivi, tattili e propriocettivi. Ad esempio rammemorando una vacanza possiamo ricordare che cosa abbiamo udito (ricordi sonori), che cosa abbiamo provato (ricordi di sensazioni), gli odori presenti (ricordi olfattivi), che cosa abbiamo mangiato (ricordi gustativi).
Registriamo in maniera multisensoriale o come si direbbe nel linguaggio digitale, in maniera multimediale. La realtà in cui viviamo è oggettiva ed è una soltanto. Nessuno di noi la può possedere, ciò nonostante molti credono e dicono di poter parlare “oggettivamente”. 
In questa slide vedete schematizzate due persone che captano ambedue informazioni da una stessa “realtà oggettiva”. Ora immaginate che una delle due incontri un’altra persona e le riferisca ciò le è stato detto dall’altra persona. Quanto avrebbe di oggettivo (o se preferite di acritico) ciò che la terza persona apprenderebbe ascoltando? Di oggettivo avrebbe ben poco, perché si tratterebbe della narrazione di una persona che sarebbe quindi la “traduzione” e la sintesi “personalizzata” di un ricordo in parole, che il narrante esprimerebbe con il suo personale stile espositivo, con la propria soggettiva sonorità orale ed espressività corporea. Tutte informazioni captate attraverso i cinque sensi dal ricevente, verrebbero da quest’ultimo percepite, trasformate, elaborate e archiviate inconsciamente nella memoria. Il tutto avverrebbe, ancora una volta, in modo assolutamente personalizzato. 
Ora capite certamente meglio perché sia errato anche solo sostenere che si stiano riferendo dei fatti in modo “oggettivo”. Nessuno può parlare oggettivamente di qualcosa, perché l’umano parlare non è un processo riproduttivo assoluto, ma bensì un complesso processo ricostruttivo (e di sintesi verbale) della realtà oggettiva memorizzata e che si intende rendere a parole. In altre termini, traduciamo e trasformiamo in ricordi ciò che captiamo attraverso i nostri organi di senso. Tali ricordi li traduciamo e trasformiamo poi, molto soggettivamente (e inconsciamente) in emozioni, pensieri, decisioni, parole e comportamenti, ogni qualvolta abbiamo necessità di comunicarli.
Ognuno di noi lascia le proprie tracce metalinguistiche in ogni cosa che dice o scrive. Cerchiamo di capire meglio come con l’ausilio della seguente slide: una persona mentre sta tenendo una riunione dice: «È importante capire». Bè converrete con me che ci sono tanti modi di capire: capire guardando, capire ascoltando, capire facendo. Come faranno gli ascoltatori a sapere quale sia esattamente il significato a cui si sta facendo riferimento? Di solito noi per “sapere” che cosa intendano gli altri con un dato termine ci limitiamo a dirci mentalmente: «Ah, ho capito, intende dire “…”». Cioè traduciamo quello che gli altri dicono in ciò avremmo espresso in quel momento con quello stesso termine. Facciamo più o meno così, no?
Torniamo alla nostra slide: in essa uno degli ascoltatori sta traducendo mentalmente il “capire” in «Vederci chiaro». Quindi potrebbe trattarsi di una persona che quantunque avesse necessita di capire lo farebbe automaticamente guardando per “vederci chiaro”.
Un altro ascoltatore si sta dicendo invece: «Ascoltare attentamente», perché forse si tratta di una persona che quando vuol capire lo fa cercando di “Ascoltare attentamente”.
Un altro ascoltatore ancora sta pensando: «Concentrarci»., perché probabilmente si tratta di una persona che se volesse esortarci a capire ci direbbe di “concentrarci”.
Insomma, tre distinti modi di “capire” che afferiscono a tre dei cinque sensi: la vista, l’udito e il tatto. Vederci: cioè capire con gli occhi, attraverso le informazioni visibili. Ascoltare: capire attraverso l’ascolto.  Concentrarsi: capire attraverso il feedback delle proprie sensazioni corporee.
Questo primo elemento rilevabile attraverso l’analisi metalinguistica è la c.d. “preferenza percettivo-sensoriale” che può essere di tipo: visivo, auditivo e cinestesico. Ognuno di noi (nei primi 4 o 5 anni di vita) ha sviluppato inconsapevolmente una preferenza percettivo-sensoriale che ora connota ed influenza la propria comunicazione, i processi cognitivi, decisionali e comportamentali.
Sebbene esista un particolare “algoritmo” che ci permette di individuare con elevata approssimazione tali preferenze attraverso l’esame incrociato della comunicazione non verbale, di quella paraverbale e di quella verbale, in questa relazione mi concentrerò esclusivamente su come giungere a tale rilevazione solo attraverso l’analisi di quest’ultima, sia in termini di espressione per iscritto che in forma orale.
I “segni” che permettono la rilevazione della preferenza percettivo-sensoriale nella comunicazione verbale (scritta e orale) sono i cosiddetti “predicati sensoriali”.  Esistono termini aspecifici che è possibile tradurre in termini specifici di ognuna delle tre preferenze percettivo-sensoriale. Per esempio, c’è il “comprensibile” può essere un “brillante” un “ridondante” un “caldo” ognuno traduce ciò che gli altri dicono in ciò che per loro significa, ma questo perché avviene perché rende, personalizza il termine.
La moderna pubblicità radiotelevisiva, quella digitale in genere e quella web in particolar modo, utilizzano ad arte la stimolazione delle preferenze percettivo-sensoriali per suscitare un potente coinvolgimento inconscio ed emozionale nei destinatari dei loro brevissimi spot pubblicitari (spesso durano solo pochi secondi).   Anche i caratteri sono colorati ad arte.
Non sarà mica un caso che durante la stagione estiva abbondino gli spot in cui ci vengono mostrino bottiglia appena tirate fuori dal frigorifero, perlate con goccioline di condensa. Tale espediente pubblicitario serve a stimolare la reazione sinestesica del tipo “vedo la bottiglia con le goccioline e sento il bisogno di bere una bibita fresca”. Se a tale visione seguisse poi quella in cui la bevanda viene versata e si udisse il cristallino rumore del liquido che sgorgando dalla bottiglia s’infrange nel fondo del bicchiere, anche l’udito verrebbe magicamente coinvolto nell’alchimia persuasiva dello spot. La sensorialità terminologica viene utilizzata anche per rendere più “convincente” (per non dire “ipnotica”) la comunicazione tesa fidelizzare i proseliti delle sette. In ambito forense saper rilevare tale artificio meta-persuasivo ci permette di comprendere meglio come possa essere stato reso “troppo” coinvolgente un certo messaggio diffuso per iscritto sul web, da gruppi estremistici tipo ISIS per reclutare foreign-fighters, oppure da pedofili per adescare i minori.
Il fenomeno di recente diffusione sui social network delle post-verità (o “fake-news” che dir si voglia) fa ampio ricorso anche alla sensorialità terminologica, perché sarebbe impensabile al tempo d’oggi di riuscire a far passare concetti molto difficili da esprimere in maniera convincente, in forma palesemente esplicita.
Gli artifici metalinguistici permettono di far passare determinati messaggi in modo assai subliminale (cioè al di sotto della soglia di attenzione cosciente), anche perché spesso sono formulati in modo razionalmente molto accettabile, oltre che insospettabile.
Talvolta basta operare una mirata scelta del carattere tipografico per rendere un testo più attraente e gradevole. Per gran parte delle persone affette anche da forme lievi di astigmatismo basta utilizzare tipo “arial” o “century gothic” in sostituzione dell’abusato “times new roman” per determinare un incremento notevole del confort di lettura del testo. Tale artificio metalinguistico si rivela particolarmente efficace in ambito forense quando si intende redigere voluminose relazioni peritali o difensive da indirizzare alle autorità giudiziarie e si vuole che siano lette con particolare attenzione dagli affaccendatissimi destinatari.
Andiamo velocemente avanti. Quindi i predicati sensoriali che cosa sono? Sono la traduzione linguistica, da termini generici a termini sensorialmente specifici. A ciò sono dovute spesso le incomprensioni che avvengono quando si comunica per iscritto attraverso l’email o ad esempio su whatsapp e messaggistiche web similari. Tale genere di incomprensioni risultano sovente inspiegabili perché non sono dovute al contenuto logico-argomentativo evidente del testo, ma bensì al modo di porre quel testo, a determinate sequenze di parole sintatticamente “ambivalenti”, etc.  Faccio un esempio: se al termine di una conversazione su whatsapp scrivessi: «Ti è chiara la situazione?» e l’altro interlocutore mi rispondesse: «Non riesco ad afferrare». A quel punto potrei rigidamente dirmi mentalmente: «Mah! Eppure ho parlato in italiano.», oppure potrei rendermi conto che non si tratterebbe di un problema di mera comprensione linguistica e potrei quindi riformulare la mia domanda utilizzando la stessa sensorialità terminologica cui ha fatto ricorso metalinguisticamente il mio interlocutore nel rispondermi. Una riformulazione potrebbe essere la seguente: «Hai afferrato?», anziché «Ti è chiaro».
Possibile che sia così facile capire e farsi capire? Sì, è molto più facile di quanto pensino taluni estremisti della psicologizzazione o della intellettualizzazione di ogni umana difficoltà relazionale. Ma vi dirò di più, talvolta basta semplicemente utilizzare un “canale di comunicazione” diverso da quello cui si è fatto ricorso infruttuosamente.  Se il mio interlocutore ha una preferenza visiva e più probabile che risponda prontamente ad email o ad un messaggio scritto su whatsapp, anziché ad un messaggio lasciato in segreteria telefonica o in formato audio su una qualsivoglia messaggeria istantanea. Si tratta di “persuadere” l’interlocutore inviandogli il messaggio sul canale nel quale preferisce (inconsciamente) inviare e ricevere messaggi. Ciò risulta particolarmente utile soprattutto quando si tratta di comunicazioni molto critiche e quindi molto impegnative anche per il destinatario. Così facendo puoi ottenere un’attenzione di gran lunga superiore a quella che ti darebbe normalmente, oltre che una maggiore disponibilità.
In più occasioni mi è capitato di sentir dire: «Gli ho scritto diversi giorni fa e non mi ha ancora risposto…». Il più delle volte chi mi diceva ciò otteneva una pronta risposta e disponibilità semplicemente recandosi dal destinatario e parlandogli della stessa cosa di cui gli aveva già scritto. In tali casi e con le dovute eccezioni, non si trattava di destinatari che erano davvero in arretrato con la posta da smaltire (sia in formato elettronico che cartaceo), ma bensì solo di persone che amavano conversare delle questioni, più che discuterne per iscritto.  In alcune circostanze, ad esempio, era fin troppo evidente quale fosse il canale di comunicazione preferito dal destinatario, perché si trattava di persone che trascorrevano la maggior parte del loro tempo a conversare a telefono o dal vivo e, come se non bastasse, al contempo ignoravano ogni notifica di mail e messaggi in arrivo, mostrandosi addirittura infastiditi. Inoltre non degnavano nemmeno di uno sguardo le carte che venivano portate loro dai collaboratori perché “urgenti”.
Il linguaggio utilizzato da ciascuno di noi contiene moltissime informazioni metalinguistiche su come sia possibile comunicare davvero su misura con noi.  Dove sta allora la difficoltà nel cogliere tali informazioni? La difficoltà sta nel fatto che si tratta di informazioni inconsce per chi comunica e subliminali per chi ascolta o legge. Inconsce perché le utilizziamo nella nostra comunicazione senza averne coscienza. Subliminali perché restano al di sotto della nostra soglia di attivazione dell’attenzione cosciente: cioè sono al di fuori dello spettro di tutto ciò a cui siamo abituati a dare intenzionalmente attenzione quando ascoltiamo o leggiamo.  Non essendo informazioni manifeste, vengono ignorate e di conseguenza, ogni qualvolta insorga un qualsiasi problema relazionale o delle semplici difficoltà comunicazionali e si finisce per il darsi spiegazioni assai più logiche, ma molto poco utili per risolvere. Oppure si fanno le più astratte psico-ipotesi puntando alla psicogenesi, alle cause e ai colpevoli delle discomunicazioni, invece che alle possibili soluzioni pratiche.
Sempre rimanendo sul piano meta-neurolinguistico parliamo ora di precisione linguistica. Sempre per essere molto user-friendly” nella disambiguazione di “precisione linguistica” a livello meta-neurolinguistico vi rimando alla slide qui a sinistra.
Precisare” significa quindi: specificare “chi” ha detto o fatto “che cosa”.  
Se parliamo o scriviamo di una persona dovremmo dirne nome e cognome, anziché limitarci a indicarla con un sostantivo.
Sostantivi come “la gente”, “il giudice”, “la letteratura” che sembrano abbastanza precise, in realtà non lo sono. Perché se dicessi “la gente” non si capirebbe a quali persone mi starei riferendo e quali invece starei escludendo da tale categorizzazione. Metalinguisticamente si tratterebbe di una “generalizzazione”, ovvero di sintetizzare in maniera soggettiva, ma partendo dall’ingannevole presupposto che essendo parlanti della stessa lingua si dia inevitabilmente il medesimo significato agli stessi vocaboli utilizzati da ogni interlocutore.  In realtà non è così: se io dicessi “mela”, ognuno di voi potrebbe pensare a una mela “diversa”: disegnata, tridimensionale, verde, rossa, grande, piccola, matura, acerba, di legno, di stoffa, di polistirolo, etc. Sebbene “mela” risulti essere un vocabolo assai preciso, in realtà tale termine evoca una molteplicità di possibili sinonimi lessicali e sostanziali.
L’analisi metalinguistica, permette di rilevare le ambiguazioni nell’altrui comunicazione, ovviamente distinguendole tra “intenzionali” e “inconsce”. Ci permette anche di capire se gli interlocutori siano incorsi o meno nella presunzione di condivisione inevitabile di un comune significato dei vocaboli.  Tale tipologia di “presunzioni” ha storicamente fatto saltare negoziati tra Paesi mediorientali, determinando rotture dei rapporti diplomatici, quando non anche vere e proprie guerre che durano tutt’oggi.
Quindi quando si fa riferimento alla precisione linguistica, a livello metalinguistico, l’analisi deve servire a rilevare se ci sia una precisa indicazione sul “chi”: indicazione di persone per nome e cognome; sul “che cosa”: descrizione dettagliata comprendente riferimenti numerici, dimensioni, capacità, etc.; sul “come”: deve essere una descrizione dettagliata del processo, passo-passo.
Quando chiedo didatticamente ai miei studenti: «Come fai a sapere che tizio ce l’ha con te?» la risposta che ottengo è quasi sempre del tipo: «Perché fa/dice…» e a quel punto io faccio notare agli loro che hanno appena risposto ad una domanda sul “come” argomentando sul “perché”. E finiscono poi per convenire con me che se qualcuno chiedesse loro: «Come fai ad alzarti?», nessuno gli risponderebbe: «Perché muovo le gambe…». Infine, quando mi accorgo di aver stressato a dovere la loro consolidata rigidità mentale in proposito (frutto di faticosi anni di studio scolastico e universitario), inizio a dare qualche indizio su come e perché riescano ad impedirsi di rispondere propriamente alla domanda: «Come fai a sapere che…?» e finiscano per rispondere invece sul “perché”. E dopo aver preso in mano una bottiglietta di plastica chiedo loro: «Come faccio a sapere se questa bottiglietta è di plastica morbida?» e poi di solito continuo: «La guardo, la prendo in mano, la stringo e grazie al tatto sono in grado di percepirne la reazione meccanica e di pervenire alla sua consistenza.». Descrivo passo-passo il processo a cui faccio ricorso per arrivare a “Sapere che…”.  E è in quel preciso istante che i miei studenti consapevolizzano che la difficoltà, quando si tratta di argomentare su domande del tipo: «Come fai a sapere che lei (o lui) ...?», è fondata sull’erronea presunzione che sia possibile sapere che cosa intendano, pensino, sentano e vogliano gli altri, semplicemente facendo equivalere quello che si sa, si osserva (o si legge) e si ascolta da loro, con ciò che è solo possibile inferire e astrarre.
Poi aggiungo: se siete in grado di descrivere “come” si verifica la consistenza di una bottiglietta di plastica, perché non siete in grado di spiegare il “come” quando si tratta invece di una convinzione che avete su qualcuno? Perché il processo è “tutto sotto”, inconscio, intendo. Il processo di ragionamento non avviene a livello conscio, e così ci improvvisiamo maghi o veggenti e sentenziamo: «So che lui ce l’ha con me, perché mi guarda storto!». Come se “guardare storto” equivalesse soltanto ad avercela con qualcuno!
Badate si tratta di un procedimento tanto semplice quanto complesso, perché permette di rendere molto evidente, ad esempio in ambito processuale, la mancanza di elementi riscontrabili a sostegno di un’asserzione, soprattutto nel caso in cui determinati testimoni si mostrino fermamente convinti di aver riconosciuto in una certa persona l’autore di un reato. In tale ipotesi, per minare la credibilità del testimone senza farlo palesemente, basterebbe che un bravo avvocato chiedesse nel contro-esame: «Ma lei come fa a saperlo?» e  “magicamente” il testimone finirebbe per formulare la sua risposta(autoscreditante) iniziando con «Perché…». A quel punto al nostro avvocato basterebbe obiettare qualcosa del tipo: «Io le ho chiesto “come fa a saperlo?” e non “perché lo sa?”. Le ho chiesto il motivo per cui le si senta certa di aver riconosciuto in questa persona l’autore del reato!».  A quel punto il testimone sarebbe incapace di argomentare credibilmente e di conseguenza perderebbe la sua “attendibilità”.
Alla domanda “Quanto?”, la risposta linguisticamente precisa non può essere: “Molto”, “Poco”, “Abbastanza”, ma bensì una indicazione quantitativa numericamente precisa. Facciamo un esempio: guardando il display del condizionatore presente in questa sala leggo che è impostato su una temperatura di 22°. Questo è il dato oggettivo e incontrovertibile. Se ora iniziassi a chiedere a voi com’è la temperatura in questa stanza, alcuni di voi potrebbero rispondermi: “Fa freddo”, altri: “Fa caldo”, altri ancora: “Si sta bene”. Quale di queste risposte sarebbe linguisticamente precisa? Nessuna, ovviamente, perché si tratterebbe di giudizi individuali sulla temperatura effettiva. 
Quello che insegno ai miei studenti o corsisti è abituarsi a evitare di incorrere nell’autoinganno di ritenere, ad esempio, che un “Fa caldo” possa equivalere inevitabilmente alla percezione “oggettiva” della temperatura da parte di tutti in un dato ambiente.
Distinguere sempre tra convinzioni e astrazioni sembra facile. Ma guardate un po’ che cosa ho scritto nella slide (quella dal titolo: PRECISIONE LINGUISTICA: istruzioni per l’uso”): “Dati rilevabili con almeno uno dei 5 sensi”. Sovente le argomentazioni addotte dalle persone, sia per iscritto che oralmente, non hanno tale “peculiarità”, non sono cioè rilevabili da nessuno dei cinque sensi.  Se qualcuno mi dicesse: «Vedo in lui una certa superbia…», io sarei costretto a chiedere ulteriori informazioni per sapere come si fatta la superbia che dice di vedere, dove e come abbia potuto vederla. Pensateci un po’: spesso diciamo delle cose che non esistono, che non sono visibili né tangibili, eppure, diciamo di vederle o di poterle “toccare con mano”. Traduciamo, semplifichiamo, riassumiamo, ma questo, è importante saperlo, lo facciamo in maniera assolutamente soggettiva. Se dovessimo fare l’analisi meta-neurolinguistica di una persona, come hanno detto molti dei relatori che mi hanno preceduto, sarebbe importante avere uno scritto redatto in tempi non sospetti dalla persona in esame. Sarebbe importante avere una baseline, cioè sapere come parla e scrive normalmente. Se prendessi in esame testi che ha scritto, ad esempio, un anno prima che venisse sottoposta alle indagini, potrei rilevare che usava la sensorialità terminologica e la precisione linguistica in modo assai diverso da come la utilizza nel presente. Una volta accertata la baseline di espressività verbale del soggetto, si potrà passare ad un esame comparativo e ad un’analisi metalinguistica che terrà conto delle peculiarità espressive in condizione di “normalità” di quella specifica persona.
Che cosa vuol dire “Riferire descrizioni precise”? Una cosa è dire “Tizio ha incontrato Caio e gli ha detto …, alzando poi la mano sinistra nei suoi confronti e gesticolando” ben altra cosa è dire: “Tizio quando ha incontrato Caio lo ha trattato male.”.  In teoria andrebbero bene ambedue le frasi. Però se mi dici che qualcuno ha “trattato male” qualcun altro, per essere certo di aver capito che cosa intendi dovrò necessariamente chiederti: «In che senso lo ha trattato male? Che cosa ha fatto esattamente?». Per meglio esemplificare il concetto vi voglio brevemente narrare un aneddoto della mia precedente vita poliziesca. Mi trovavo in tribunale per rendere una testimonianza e mentre attendevo entro nell’aula mentre era in corso un altro processo e noto che il pubblico ministero nell’interrogare dei Carabinieri che avevano operato un arresto di borseggiatori all’interno di una stazione ferroviaria dopo aver detto ad uno dei due: «Allora, mi riferisca che cosa è successo.» e aver ottenuto più o meno la seguente risposta: «Ho visto Tizio, Caio  e Sempronio che si aggiravano tra i viaggiatori con fare sospetto, quindi…», chiede, abbastanza seccato: «Abbia pazienza, mi vuole spiegare come dovrei aggirarmi in una stazione per avere un fare “sospetto”?». Ero sorpreso, incredibilmente quel pubblico ministero aveva utilizzato una domanda tipica dell’analisi meta-neurolinguistica e poi aveva continuato dicendo: «Non può pretendere che io ed il collegio giudicante sappiamo che cosa stia intendendo lei con “fare sospetto”. Lei si limiti a descrivere in dettaglio i fatti, sarò poi il sottoscritto e il collegio giudicante a valutare se quanto ci riferisce di aver osservato fare dagli imputati, possa sostanziare o meno un “fare sospetto”.». A quel punto il Carabiniere, al quanto imbarazzato, ha detto: «Mi scusino, provo a dirlo meglio: abbiamo notato che gli imputati giravano già da un po’ tra gli astanti, senza recare con sé alcun bagaglio, guardando le valigie dei viaggiatori e facendosi poi cenni d’intesa a distanza…». Quel Carabiniere era abituato ad usare la locuzione “fare sospetto” che nello slang in uso nel suo contesto lavorativo aveva un ben preciso significato, ma aveva come anche lui l’errore di ritenere che tale significato fosse noto e da tutti condiviso.  Questo tanto per farvi capire meglio che cosa significhi fare una analisi meta-neurolinguistica e quanto sia facile “lasciarsi passare sotto il naso” una infinità di informazioni anche molto importanti. Queste informazioni nella nostra vita quotidiana ci sfuggono perché non siamo abituati a farci caso. Se ascoltassimo i telegiornali con questo “filtro” capiremmo che molte asserzioni giornalistiche sono giudizi sintetici sui fatti, più che la cronaca neutrale di quest’ultimi. Esistono degli specifici “algoritmi” di domande che possono permettere una agevole rilevazione ed evidenziazione delle personalizzazioni espressive a livello metalinguistico. I due modelli principali sono il Meta Model e la bussola del linguaggio. Il Meta Model è assai complesso e quindi richiederebbe una più ampia spiegazione di quella che potrei darvene nel poco tempo rimasto a mia disposizione, per cui illustrerò la bussola del linguaggio.
È stata chiamata “bussola del linguaggio perché permette di orientarsi verso i fatti, al netto delle personalizzazioni metalinguistiche operate da chi li comunica. Al suo nord ci sono i “fatti”: ovvero come si chiama “chi” ha fatto e “che cosa”, “in quale luogo preciso è accaduto, che giorno, a che ora, in quale mese e in quale anno.
Le generalizzazioni che cosa sono? Un artificio linguistico che utilizziamo per risparmiare tempo e parole quando facciamo riferimento a più persone, a più momenti, a più cose. Spesso con le migliori intenzioni diciamo cose del tipo “Gli uomini sono tutti uguali”.  Di fronte a tale generalizzazione la migliore tipologia di domande metalinguistiche che si possa porre è la seguente: “Tutti? Anche io? Anche quelli che non conosci?” Chi è escluso e chi incluso?”. Questo strumento ci può rendere maggiormente consapevoli di quanto siamo convinti di poter capire ciò che gli altri ci dicono sulla base di costanti traduzioni tra ciò che esprimono e ciò che significa per noi, presumendo addirittura di sapere quale specifico significato le persone stiano attribuendo in un dato momento a un dato termine polisemico. Semplicemente ci limitiamo ad attribuire i nostri significati alle altrui parole. La generalizzazione “tutti”, ad esempio, fa riferimento ad un numero imprecisato di individui, quasi mai alla sua totalità. Eppure sovente le persone lo utilizzano per indicare un limitato numero di persone.  Le generalizzazioni, in quanto ambiguità linguistiche, “nascondono” il numero di situazioni, il numero di persone, etc. Nascondono a chi si faccia specificamente riferimento. Quando vogliamo riferirci allusivamente a terzi usiamo dei termini generici o delle generalizzazioni per nominarli tipo: “i politici”, “i giudici”, “i medici” gli italiani.  L’analisi metalinguistica della comunicazione verbale deve metterci in condizione di risalire ai significati specifici che il parlante o lo scrivente ha inteso attribuire ai vari termini polisemici utilizzati nel suo argomentare.
Passiamo ora alle “regole” della Bussola del Linguaggio. Mi riferisco a quelle “regole non scritte” che spesso ci “fregano”, come la regola non scritta che “chi ripete i fatti sempre nello stesso modo dice la verità”. Questa è una gran fregatura, è assolutamente falso: sono i bugiardi che dicono le cose sempre allo stesso modo. Altra regola non scritta, “se uno non ti guarda negli occhi mènte”. Niente di più sbagliato! Se volete avere una elevata probabilità di essere creduti mentre state dicendo una menzogna, guardate fisso negli occhi il vostro interlocutore. Fatelo per almeno due validi motivi: il primo, per sembrare sincero; il secondo, per verificare se vi stia credendo.
Come si fa ancora oggi nel 2017 a credere al luogo comune che chi distoglie lo sguardo mènta? Ci sono persone che per ragioni anche di natura neurologica hanno bisogno di distogliere lo sguardo dal parlante per ridurre la quantità di informazioni a cui stare attenti e quindi rimanere più concentrati su ciò che stanno ascoltando.
Attenzione perché gli aspetti metalinguistici fin qua accennati sono molto importanti e condizionano inconsciamente le decisioni delle persone.
Un’altra categoria sono i “giudizi”: “È bene che tu non lo dica.”, “È male che tu non lo dica.”. Le conversazioni di tutti i giorni sono piene di questo: “I grafologi sono tutti competenti”. Chi è dentro, chi è fuori, “Conosci tutti i grafologi?” Sarebbe la domanda da fare di fronte a una simile asserzione. Quindi rendiamoci conto che questi giudizi possono condizionare inconsciamente le decisioni, le conseguenti azioni e comportamenti delle persone. Questo è il dato importante, non quanto sia giusto o meno esprimere giudizi.
Passiamo ora alle “supposizioni” che si suddividono in tre categorie. La prima tipologia di supposizione è la “causa-effetto”. La “causa-effetto” più gettonata tra i cosiddetti “criofobici” (coloro che hanno la fobia dell’aria condizionata) è: «L’aria condizionata fa male». In pratica sostengono che “l’aria condizionata” sia la causa dell’effetto “fa male”. Sapete qual è il problema di questo soggettivo (e arbitrario) legame linguistico inscindibile? L’effetto che ha sulla persona che lo esprime con convinzione. Nel senso che chi si esprime in questo modo, sta davvero male in un qualsiasi ambiente ci sia attiva l’aria condizionata. Il condizionamento neurolinguistico è talmente forte che ne influenza anche le reazioni fisiche.
Un’altra categoria di supposizioni è la “lettura del pensiero”. Che cosa è la lettura del pensiero? È fare affermazioni come: «So come ti senti». Quando sento affermazioni del genere e voglio che chi le ha fatte si renda conto della insostenibilità di ciò che ha affermato, faccio domande del tipo: «Scusa, ma come fai a sapere come si sente, hai per caso dei cavi collegati a lei (o a lui)?». Il genere di risposta che ottengo di solito e: «No, perché io la conosco». Come bastasse conoscere qualcuno per acquisire automaticamente il potere soprannaturale di percepirne pensieri, emozioni, stati d’animo e sensazioni fisiche. Intanto se analizziamo meglio la risposta risulta subito evidente che sebbene io abbia chiesto “come…” ho ottenuto una spiegazione del “perché…”. Si tratta quindi di una risposta evasiva che, però, al contempo ci permette di capire sulla base di quale convinzione quella persona ritenga di poter sapere come si sente l’altra.
D’inverno, ma anche d’estate, si vedono madri che coprono esageratamente i propri figli neonati e se tu chiedi loro il perché, è molto probabile che ti rispondano: «Perché fa freddo. Sono la madre, saprò come si sente mio figlio, no?». Ecco io non dubito che le madri sviluppino una particolare sensibilità ed empatia verso i figli. Ma certamente rilevo che è linguisticamente arbitrario affermare, anche se in forma implicita, che quando una madre sente freddo, questo significa che anche i figli stanno sentendo freddo. Così come dubito che essere madri conferisca alle donne il potere soprannaturale di sapere che cosa sentano i figli nel loro corpo.
Tutti gli esempi che ho fatto fin qua hanno lo scopo principale di renderci maggiormente consapevoli di quanto sia forte il potere condizionante del linguaggio con cui pensiamo e ci esprimiamo, al punto da portarci ad assumere comportamenti coerenti e conseguenziali con le nostre convinzioni, anziché soltanto con i dati oggettivi di realtà.
La “lettura del pensiero” viene spesso utilizzata ad arte nelle campagne di comunicazione politica per coniare slogan del tipo “Noi sappiamo che gli italiani non ne possono più.”, in luogo dei quali sarebbe lecito chiedere: «Quando te lo hanno detto gli italiani? Te lo hanno detto tutti? Anche io te l’ho detto?».  Questo tanto per rammentarci che l’efficacia di tali artifici meta-neurolinguistici è ormai indubbia. Basti pensare che uno spot pubblicitario radiotelevisivo della durata di circa 20 secondi può arrivare a costare ben 100.000 euro e che molte top aziende mondiali pagano per propagandare i loro servizi e prodotti. Perché pagano simili somme per pochi secondi di pubblicità? Perché sono fessi o perché sanno che grazie a tale persuasione pubblicitaria il loro fatturato crescerà esponenzialmente?
Come si può far sì che tutte queste sfuggenti sfumature meta-neurolinguistiche “salgano” e non restino invece al di sotto della nostra soglia di attenzione cosciente?
Come potete vedere nella slide qui a destra, da una parte c’è la tipologia di “ambiguità linguistica” e dall’altra una domanda che, anche se rivolta mentalmente a noi stessi, può renderne evidente l’intento persuasivo sotteso nell’affermazione in esame.
I “fatti”, come potete vedere nello schema, hanno una connotazione specifica, sono cioè, linguisticamente parlando, tutte le cose che ci danno un preciso “chi”, “che cosa”, “dove” ecc. ecc. 
Ci sono poi le “generalizzazioni”. Come si riconoscono? Facendo o facendosi domande del tipo: «Di chi o di che cosa stai parlando in particolare?». Se sentiamo qualcuno dire: «La gente, i politici, i medici, i grafologi…» potremmo chieder loro: «Scusa un attimo, ma di chi stai parlando in particolare, perché anche io sono…?». Una domanda di questo tipo che ha ben due valori: il primo valore, vi rende consapevoli del fatto che si tratta di una generalizzazione, cioè che si tratta di un dato di cui non vi stanno fornendo dettagli precisi. Il secondo valore, è che la persona a cui avete fatto tale domanda si rende immediatamente conto che ha generalizzato, sebbene voi glielo abbiate detto. 
Andiamo velocemente alle “regole”. “Chi dice sempre la stessa versione dei fatti è dice la verità!”. Di fronte a tale convincimento, purtroppo assai diffuso in ambito forense, basterebbe chiedersi: «Chi o che cosa impedisce il contrario?», oppure: «Chi lo ha stabilito che dire sempre la stessa versione dei fatti equivalga ad essere sincero e non soltanto, invece, ad aver ben memorizzato le cose da dire?».
Proseguiamo la nostra esplorazione della bussola del linguaggio con i “giudizi”. Come si fa a evidenziare a sé stessi o agli altri un giudizio?  Di fronte ad affermazioni del tipo: “I politici sono tutti corrotti”, oppure “I grafologi sono tutti esperti”, basta porsi la domanda di disambiguazione: «Su che cosa si basa per dire che…?», oppure: «Chi lo ha stabilito che…?». Se tali domande le facessimo a coloro che fanno simili affermazioni li renderemmo consapevoli di aver espresso un giudizio senza essersi limitati ai fatti.
Passiamo infine alle “supposizioni”. Si suddividono in tre categorie: lettura del pensiero, causa-effetto ed equivalenza complessa.
La “lettura del pensiero” viene esplicitata attraverso affermazioni del tipo: “So come ti senti”, “So che cosa stai pensando”, “Capisco come ti senti”.  La domanda di disambiguazione per questa violazione linguistica è: “Come fai a sapere come mi sento?”. COME, non perché! Lo sottolineo perché il più delle volte le persone rispondono “Perché...” sebbene voi abbiate chiesto loro: “COME fai a sapere…?”
Passiamo ora alla “equivalenza complessa”. Questa violazione linguistica viene esternata con affermazioni come: “Se credi… sei…” , come se credere una certa cosa implichi inevitabilmente che chiunque sia in un certo modo. Possibili domande di disambiguazione sono: “È l’unica spiegazione possibile?”, oppure “In che modo credere… implica che…?
La causa-effetto” sembra molto simile alla “equivalenza complessa” e viene espressa con affermazioni del tipo: “L’aria condizionata fa male”. Affermazioni di questa tipologia legano linguisticamente in modo arbitrario un elemento causale ad un solo possibile effetto, sebbene il predetto possa in effetti generarne una molteplicità. Se chiedessimo ad una persona che ha appena fatto tale affermazione: “In che modo, l’aria condizionata fa male?”, molto probabilmente la persona elencherebbe solo fatti a sostegno di tale tesi, in alcuni casi,  addirittura attribuendo alla fortuna il fatto che non tutte le persone che si espongano all’aria condizionata finiscano per star male. 
Le domande di disambiguazione della bussola del linguaggio vengono utilizzate mentalmente dall’esperto in analisi meta-neurolinguistica man mano che legge un testo o che ascolta qualcuno. Se ascoltando o leggendo rileva una generalizzazione o una regola si pone la specifica domanda e poi ne prende nota (nel caso di testo scritto, apponendo la sillaba “ge” o la lettera “r” all’apice della parola rilevata). Al termine della lettura o dell’ascolto fa la conta numerica dei vari “ge”(generalizzazioni), “r”(regole), “gi”(giudizi), “ce”(causa-effetto), “ldp”(lettura del pensiero), “ec”(equivalenza complessa) e “F”(fatti) ed infine pone dentro ogni specifica colonna il relativo totale. A questo punto avvalendosi di un software effettuerà il conteggio di tutte le parole che compongono il testo o il discorso ascoltato e ad esso sottrarrà il totale degli “F”, ottenendo così il peso proporzionale delle cosiddette “personalizzazioni espositive” (ovvero della somma dei totali delle causa-effetto, delle equivalenze complesse, delle generalizzazioni, dei giudizi, delle letture del pensiero e delle regole) rispetto ai “Fatti” presenti nello scritto o nel discorso.
Con questo ho concluso e vi ringrazio per la vostra prolungata attenzione.
Rispondo ora alla domanda finale dell’amico prof. Vincenzo Tarantino su come sia riuscito a prevederne la vincita elettorale di Donald Trump, molte settimane prima dell’esito elettorale che lo ha poi proclamato 45° presidente degli Stati Uniti d’America.
Faccio una premessa autocelebrativa: quando voglio rendermi antipatico sono imbattibile! Ovviamente sono autoironico e mi riferisco al fatto che mentre gran parte del mondo, tutti i media sostenevano che avrebbe vinto Hillary Clinton e io continuavo a sostenere con post su Twitter e su Facebook (ancora presenti sui miei rispettivi profili) che Trump avrebbe vinto e spiegavo anche in che modo lui ci sarebbe riuscito comunicazionalmente parlando. Capite bene quanto odio degli hater antitrump sia riuscito ad attirarmi, oltre all’antipatia di quotatissimi e strapagatissimi spin-doctor italiani, giornalisti e autori televisivi. Non contento delle antipatie che mi ero già riuscito ad attirare, ho voluto fare il mio pronostico anche rispetto al famoso referendum costituzionale ed è inutile che vi dica quanti altri hater ho capitalizzato centrando in pieno l’esito.
Torniamo a Trump. Come ho fatto più specificamente ad intravedere la vincita dell’odiatissimo Donald? In termini metalinguistici ho analizzato molto attentamente e a lungo il tipo di stimolazione comunicazionale Trump prediligeva. Dava sempre una stimolazione multisensoriale in più utilizzava ad arte tutti i social network, sia quelli più visuali, come “YouTube”, “Vimeo”, “Facebook”, “Twitter”, Instagram, oltre che quelli solo sonori come “Sound cloud”. Quindi ho fatto una analisi meta-neurolinguistica e ho spiegato perché lui comunicasse in un certo modo e fosse un potente propulsore comunicazionale di motivazione. Per onestà intellettuale ho sempre precisato quanto mi fosse personalmente antipatico, ma neanche questo è servito a tranquillizzare i vari haters anti-trump. Chiaramente anche il giorno prima dell’esito elettorale ho fatto una mia ultima analisi e ho dato un ultimo rinforzo al mio pronostico della vincita di Trump.
Lo ammetto: mi sono divertito ho giocato non l’ho fatto certo professionalmente, sebbene lo abbia fatto con la massima professionalità encon il più rigoroso distacco professionale.Beninteso non è che io sia un genio, ho sfruttato semplicemente ciò che la natura umana mette a disposizione di chiunque, ma che solo pochi si prendono la briga di esplorare e perseguire. Inoltre aggiungo che se molti si fossero limitati ad osservare acriticamente anziché con il mirino della simpatia o della antipatia, molti di più avrebbero concordato con il mio pronostico pur partendo da altre prospettive di osservazione ed analisi scientifica.