Trascrizione integrale del discorso del prof. Felix B. Lecce agli studenti del Master in Scienze Forensi di Sapienza Università di Roma  

Mi chiamo Felix Lecce e sono nato in Germania in un giorno memorabile. Sono nato il 14 luglio. Sono nato nella ricorrenza della “presa della Bastiglia” il che potrebbe darvi già un buon indizio qualora veniste a conoscenza della mia storia e vi chiedeste poi come abbia potuto superare i molteplici ostacoli che una vita particolarmente “in salita” mi ha posto dinanzi, fin da quando, in giovanissima età, rimasi orfano, ereditando soltanto due sorelle e un fratello più piccoli di me ai quali provvedere non appena maggiorenne. Ma questa è un’altra storia. La mia, appunto.  
Da oltre un decennio sono il docente di comunicazione forense e di analisi comunicazionale forense in questo Master di II livello in Scienze Forensi di Sapienza. Mi occupo di comunicazione umana da circa un trentennio. Ho cominciato ad occuparmene per passione e ho continuato a farlo professionalmente  con passione.
La “buona” comunicazione mi ha permesso di raggiungere mete di vita e professionali che sembravano irraggiungibili, ragion per cui, se posso permettermi di darvi un solo consiglio utile, vi dico: prendetevi molto cura della vostra intera comunicazione, ancor più che soltanto delle parole che dite o scrivete, la vostra vita ve ne sarà infinitamente grata! Fra un po’ capirete anche perché dico “della vostra intera comunicazione”.  
È la passione per la comunicazione che mi ha spinto ad andare ben oltre la mera conoscenza e il semplice utilizzo grammaticalmente corretto, sintatticamente accorto o strategico delle parole e mi ha permesso di scoprire che le persone, sebbene stiano attente ad ogni parola che diciamo loro, non danno alcuna attenzione ed importanza a tutti gli altri aspetti della comunicazione che li possono invece  influenzare profondamente e in maniera impercettibile: ciò che esprimiamo con il corpo e con la voce mentre parliamo. Oltre a ciò che esprimiamo con il corpo mentre siamo in silenzio.
Ho scoperto che le persone anche quando sono in silenzio, possono non ascoltare chi parla. Ho scoperto che addirittura i più dotti conoscitori della lingua italiana ignorano un enorme quantità di cose sulla “magia” delle parole. Per la precisione, ignorano molte cose sugli effetti delle parole, oltre a poche ma importanti cose sul loro significato percepito.  
Vi farò tre esempi che mi permetteranno di rendervi meglio che cosa ho scoperto e, al contempo, di farvi vivere un’esperienza diretta della “magia” delle parole.
 
Il primo: fate caso a che cosa vi succede se leggete per due volte le seguenti: «Tu vuoi grattarti. Tu sei qui e, nonostante l’ambiente, ti stai concentrando su queste parole, continuando a leggere. E più cerchi di non pensarci, più noterai la sensazione crescente di volerti grattare.» E per aumentare l’intensità e la permanenza di quanto ti sta succedendo, potrei anche aggiungere: «E mentre sei lì, sentendo pruriti che iniziano a solleticarti in varie parti del corpo, noterai che questo mio modo particolare di usare le parole ha successo (participio passato del verbo “succedere”): fa succedere qualcosa, dentro di te!».
 
Il secondo esempio: preparatevi ad opporvi con tutta la vostra forza mentale a queste parole: «Non immaginare una fetta di limone, con il sapore pungente ed acido del suo succo che si spande sulla tua lingua. Ti suggerisco anche di non immaginare come lo spandersi del succo di limone farà salivare la tua bocca. Permettimi anche di suggerirti di non immaginare come il succo di limone ha un effetto sulla tua salivazione, in questo momento. Intanto che noti una tendenza alla salivazione, rifletti: ti avevo detto di opporti, che cosa ti è successo? È successo quello che succede nella testa di chiunque quando gli dici qualsiasi parola preceduta da un “non”.».
 
Il terzo ed ultimo esempio: fate caso a che cosa pensate leggendo questa frase: «Non pensare ad un elefante fucsia a pallini gialli.», A che cosa avete pensato? Proprio a quell’elefante a cui vi avevo detto di non pensare. No? Pensate ora a che cosa può venir in mente a qualcuno quando gli dite: «Non sto dicendo che tu…», «Non voglio dire che…». 
 
Questi tre esempi dimostrano in maniera, diciamo, sufficiente che comunicare è ben altra cosa che il mero scrivere o pronunciar parole. Comunicare efficacemente e da leader, in primis di sé stesso, significa, secondo me, esprimersi al momento giusto, nel posto giusto, con le parole giuste, nel modo più giusto e convincente possibile.
 
Una celeberrima ricerca svolta nel lontano anno 1967 dal ricercatore statunitense Albert Mehrabian dell’Università della California di Los Angeles, ha dimostrato ampiamente che ciò che comunichiamo in una normale interazione tra persone presenti è rappresentato nella misura del 7% circa dalle parole, del 38% circa da quanto espresso con la voce e nella misura del 55% circa da quanto espresso attraverso il corpo e che, di conseguenza, il 93% di quello che le persone comunicano: 
1) non è rappresentato da parole;
2) sfugge in gran parte alla normale attenzione delle persone; 
3)influenza gli interlocutori, spettatori o ascoltatori senza che se ne  accorgano;
4) è incontrollabile da parte di chi comunica, a meno che non si tratti di comunicatori particolarmente addestrati e formati!
Nonostante ciò e tante altre analoghe evidenze scientifiche, ancora oggi in Italia la maggior parte dell’istruzione scolastica e della formazione universitaria sulla comunicazione è incentrata su quel 7%. Soltanto o prevalentemente sulle parole.
    
Giorni fa in Università mi è capitato di assistere dal vivo alla comunicazione di una vera persona di successo che padroneggia magistralmente proprio quel 93% della comunicazione umana, oltre che, ovviamente, le sue parole.  Che egli fosse una persona di successo, qualsiasi vero esperto di comunicazione avrebbe potuto capirlo sin dalle prime parole che ha pronunciato.  Sebbene io, da buon self-made man, mi stimi esageratamente tanto, non oserei mai parlarvi a tal proposito di me e men che mai, parlarne in terza persona, mi riferisco ovviamente a ben altra persona. Mi ha colpito molto il suo discorso, nonostante io sia difficilmente impressionabile. Egli ha fatto un discorso sulla leadership e sull’essere leader, comunicando da vero leader: una armonia di rara naturalezza, impeccabile, elegante e convincente di parole, voce ed espressività corporea.  Armonia che certamente non può sfuggire a occhi e orecchi di vero esperto di comunicazione degno di tale qualificazione. E badate bene, quando dico “esperto” mi riferisco a colui che ha esperienza nel campo e non a chi invece possiede soltanto una buona conoscenza culturale o profonda erudizione in materia di comunicazione. Tanto per capirci meglio, ad esempio, un laureato in scienze della comunicazione, anche se molto ben istruito ed erudito in materia, non è automaticamente un esperto comunicatore.
 
Quindi veniamo alla mia materia. In estrema sintesi essa verte prevalentemente su quel 93% della comunicazione umana ignorato dalla maggior parte delle persone e che in ambito forense, quando sono gli altri a comunicare, vi può permettere di coglierne il “non detto” e tutte quelle “fughe di informazioni” che avvengono attraverso l’incontrollata espressività della voce e del corpo. Quando siete invece voi a comunicare, l’autocontrollo di quel 93 % vi può consentire di essere più persuasivi ed incisivi in ambito forense dei vostri colleghi e di avere, di conseguenza, maggiori e migliori possibilità di “vincere” convincendo gli altri, che siano essi giudici o “controparti”.
Lo dico da sempre: se fossero i computer ad amministrare la giustizia tutto sarebbe più semplice. I computer, che sappia io, non hanno pregiudizi personali, sbalzi di umore, ideologie, simpatie, antipatie e molti altri limiti tipicamente umani. Ragion per cui, sarebbero con ogni probabilità più equi di noi esseri umani nel giudicarci. Care dottoresse e dottori finché saranno gli uomini ad amministrare la giustizia, per quanto ci piaccia credere che possano essere davvero imparziali e non influenzabili, la percezione di quel 93% ci potrà permettere di coglierne le incontrollate reazioni e i loro pensieri “non detti” e al contempo ci permetterà di tessere una tela persuasiva “su misura” per loro, soprattutto attraverso la strategica gestione di quella stessa percentuale non-verbale della nostra comunicazione.
 
In ambito forense, a parer mio, è inammissibile che ci si possa limitare a rivolgere la propria attenzione soltanto alle parole. Soprattutto quando sono gli altri a proferirle! Perché? Semplice, perché le parole sono quella parte di comunicazione umana che chiunque può facilmente asservire alla propria volontà. Ognuno di noi può dire parole che non pensa e pensare parole che non dice. Tutti possono farlo. Dal bambino all’adulto. Dall’analfabeta al più istruito.
È assurdo che ancora oggi si valuti l’attendibilità di un testimone soltanto sulla base delle parole che egli dice. Sebbene egli, come ogni altra persona, abbia il pieno controllo delle sue parole e possa farne quindi ciò che vuole. Un bravo bugiardo o impostore ha il controllo in primis di come parla ed esprime qualsiasi assunto. Di solito i bugiardi convincenti dicono il falso comunicando come se stessero dicendo il vero. Cioè parlano con la stessa espressività corporea e orale che utilizzerebbero se dicessero il vero.  Gli attori non sono forse bugiardi e impostori molto credibili? Sapete perché sono credibili? Perché hanno il controllo proprio di quel 93% che modulano e gestiscono ad arte. È questo il motivo principale per cui ci commoviamo o ci emozioniamo a teatro o al cinema. Dimentichiamo che ci troviamo davanti a degli “impostori” di professione. Ci facciamo “sedurre” e coinvolgere dalla loro espressività corporea e dalla loro voce, anche se sappiamo(razionalmente) che essi stanno fingendo e mentendo, ovviamente, per esigenze di copione.
 
Credo di avervi anticipato abbastanza su quanto vi aspetti nelle mie lezioni. Saranno esperienze d’aula più che mere lezioni teoriche. Ah, dimenticavo di spiegarvi perché sia così convinto che quanto vi insegnerò possa esservi molto utile: perché sono il risultato dei miei studi di ogni teoria e della relativa applicazione in ambiti professionali molto diversi tra loro, sebbene le mie applicazioni più frequenti e recenti siano state quelle in oltre un ventennio della mia vita operativa e investigativa nella Polizia di Stato. Faccio il docente universitario da ben quindici anni e lo faccio più che altro per passione. Taluni benevolenti colleghi di università dicono che io sia divenuto addirittura un illustre studioso della comunicazione, oltre che il caposcuola della “comunicazione forense e della analisi comunicazionale forense” in Italia. Ed io finisco quasi sempre per risponder loro: «Spero presto di diventare ciò che dite io sia già, e semmai lo fossi già diventato, di accorgermene prima o poi anch’io!». 
Concludo la mia presentazione augurando a voi tutti di trovare anche in questa occasione utili spunti per stimolare e alimentare sempre più la vostra inclinazione a cercare il modo di farcela, ovunque e con chiunque, invece che la deteriore tendenza a cercare scuse per arrendersi e per dare la colpa dei propri insuccessi ad altri e ad altro.
 
In bocca al lupo, buon lavoro e a presto.