di Felix B. Lecce
 

L'importanza della dizione

Qual è uno degli aspetti più importanti della oralità di qualsiasi lingua? La dizione certamente! Ovvero le regole di pronuncia corretta. 

Come diceva il compianto Ciro Imparato (attore, doppiatore e formatore di chiara fama, nonché  fondatore di “la voce.net” e creatore del metodo rivoluzionario per migliorare in pochissimo tempo l'espressività e l'efficacia della voce: FourVoiceColors®) chi ha studiato la lingua francese, sa bene che in essa esistono quattro tipi di accento: grave, acuto, circonflesso e dieresi. E sa bene anche che scrivere con l'accento sbagliato può compromettere moltissimo la comprensione, oltre a risultare grammaticalmente errato.

Il paradosso italiano è che a scuola ci insegnano addirittura gli accenti francesi, dimenticandosi, però, di insegnarci tutti quelli della lingua italiana. In Italia, soltanto chi ha studiato privatamente la dizione sa che esiste un accento fonico, e che i fonemi corrispondenti alle vocali della lingua italiana sono sette e non cinque.

Quali benefici si possono ottenere studiando e soprattutto, praticando la Dizione?Gli effetti più benefici che si possono avere dopo aver studiato e , soprattutto, praticato la dizione sono molteplici, ad esempio:

-    Si rende la propria voce più fonogenica
-    Quando parliamo veniamo percepiti come persone particolarmente colte
-    Si eliminano le inflessioni dialettali ed i difetti di pronuncia, pur mantenendo la capacità di esprimersi liberamente in dialetto
-    convincere gli altri più facilmente delle nostre idee.
 
Perché sarebbe consigliabile rivolgersi ad un attore per apprendere la dizione?
Perchè la voce è tutt’altro che un concetto teorico: è un fatto psicofisico. Sapere che esiste una "e" fonica aperta o chiusa, serve a poco, se poi non si è mai ascoltato come si pronunciano correttamente le due vocali fonetiche. Occorre quindi che chi insegna dizione, sappia fornire anche degli utili esempi didattici o meglio, degli esempi udibili! Occorre quindi che sappia anche "produrre" perfettamente attraverso il proprio apparato fonatorio (corde vocali, laringe, diaframma, lingua, muscoli facciali, etc.) i suoni corretti. E questo richiede anni di allenamento vocale giornaliero, esperienza questa che, come si sa, è patrimonio formativo, imprescindibile e peculiare, degli attori. Insomma, come già ho avuto modo più volte di dire in miei articoli e seminari, c’è una bella differenza tra il conoscere un “sapere” e l’essere capace di “mettere in pratica” il sapere. L'insegnante di dizione, come il maestro di arti marziali o l’allenatore di pugilato, deve essere capace di dare l'esempio facendo, piuttosto che parlandone o scrivendone.
 
Quindi, se volete imparare davvero a parlare correttamente  in italiano, rivolgetevi a insegnanti capaci, più che a dotti teorici!  
 
 

 
INTRODUZIONE ALLA DIZIONE
 
Qui di seguito propongo una riassuntiva quanto schematica trattazione delle regole di pronuncia della lingua italiana, requisito fondamentale per eliminare l'inflessione dialettale, quando necessario.
 
Nella lingua italiana vanno ben distinte le Vocali alfabetiche:  a - e - i - o - u dalle Vocali fonetiche: a, è (aperta), é (chiusa), i, ò (aperta), ó (chiusa), u.
 
Per pronunciare correttamente le parole in lingua italiana è necessario anche saper distinguere fraaccento tonico e accento fonico.
 
L’Accento tonico è la forza che viene data ad una sillaba in particolare tra quelle che compongono la parola (Es.: perché, tastièra, tàvolo).
 
L’Accento fonico indica invece la distinzioni tra suoni aperti e chiusi per le vocali e ed o
 
Per indicare quali vocali vanno pronunciate aperte e quali chiuse si usano due tipi di accento fonico:
Accento grave:
ò” ed “è” per indicare le vocali da pronunciare aperte (Es.: pòdio, sèdia)
 
Accento acuto:
ó” ed “é” per indicare le vocali da pronunciare chiuse (Es.: bórsa, perché)
 
Regola principale
Quando su una sillaba contente una e o una o non cade l'accento tonico, la e o la o si deve pronunciare sempre chiusa.
 
Esempio: tàvolo, lìbro, volànte, dìsco, bottìglia

Quindi, da ora in poi, ci focalizzeremo sulle parole che contengono una sillaba con e o con osulla quale cade l'accento tonico. In questo caso dovremo domandarci se la vocale e o o si deve pronunciare aperta o chiusa.
 
La è aperta
La "e" fonica aperta italiana (è) deriva spesso dalla "e" breve e dal dittongo "ae" del latino classico.
 
Esempi:
decem --> dièci,
ferrum --> fèrro,
laetus --> lièto,
praesto --> prèsto.
 
La lettera "e" ha suono aperto nei seguenti casi:
Nel dittongo "-ie-": 
Esempi: bandièra, ièri, cavalière, lièto, diètro
Eccezioni ("e" chiusa):
  • nei suffissi dei vocaboli di derivazione etnica (Es.: ateniése, pugliése, marsigliése, ecc.),
  • nei suffissi dei diminutivi in "-ietto" (Es.: magliétta, fogliétto, vecchiétto,ecc.)
  • nei suffissi dei sostantivi in "-iezzo" (Es.: ampiézza)
  • nei vocaboli chiérico e bigliétto.
Quand'è seguita da vocale: 
Esempi: colèi, costèi, fèudo, idèa, lèi
Eccezioni ("e" chiusa):
  • nella desinenza "-ei" del passato remoto (Es.: credéi, ecc.),
  • nelle preposizioni articolate (Es.: déi, péi, néi, ecc.),
  • nell'aggettivo dimostrativo quéi.
Quand'è seguita da una consonante dopo la quale vengono due vocali: Esempi: assèdio, gènio, egrègio, prèmio
  • Eccezioni ("e" chiusa): quando è seguita dalle sillabe "-gui-", "-gua-", "-guo-" (Es.: diléguo, perséguo, séguito, trégua, ecc.); nei vocaboli frégio, sfrégio.
  •  
Nei vocaboli di origine straniera che terminano con una consonante
Esempi: hotèl, rècord, rèbus, sèxy, prèmier, sèltz, nègus  
 
Nei vocaboli tronchi di origine straniera
Esempi: caffè, bignè, tè (bevanda), gilè  
 
Nelle desinenze del condizionale in "-ei", "-ebbe", "-ebbero" Esempi: vorrèi, farèi, farèbbe, crederèbbero, dirèbbe, marcerèbbe, marcirèbbero, circolerèbbero, fraintenderèbbero, comprerèbbe, accetterèbbero, colpirèbbe, tradurrèbbero
 
Nelle terminazioni in "-eda", "-ede", "-edo", "-edi"
Esempi: cèdo, corrèdo, erède, prèda, schèda, arrèdo, sède, sèdi
Eccezioni ("e" chiusa):   nelle forme verbali di crédere e vedére (Es.: crédo, védo, crédi, védi, ecc.)   nelle forme verbali derivate dalla precedenti (Es.: provvédo, ricrédo, miscrédo, ravvédo, intravédo, rivédo, ecc.)   nel vocabolo féde.  
 
Nelle terminazioni in "-eca", "-eco", "-eche", "-echi"
Esempi: tèca, èco, gèco, cortèco, trichèchi, discotèche, enotèca, bibliotèca, paninotèca, videotèca, comprendendo anche i nomi di popolo come Grèco, Guatemaltèco, Aztèco, Zapotèco, Toltèco, Uzbèco   Nei suffissi in "-edine" Esempi: salsèdine, pinguèdine, raucèdine, torpèdine, intercapèdine, acrèdine   Nelle terminazioni in "-ello", "-ella"
 
Esempi: pagèlla, mastèllo, èllo, sorèlla, fratèllo, fardèllo, spinèllo, porcèllo, padèlla, caramèlla, lavèllo, manovèlla spesso usate anche come suffissi di diminutivi e/o vezzeggiativi comeasinèllo, torèllo, praticèllo, bricconcèlla, cattivèlla, orticèllo
Eccezioni ("e" chiusa): nelle preposizioni articolate (Es.: dél, déllo, délla, déi, dégli, délle, nél, nélla, ecc.),   negli aggettivi dimostrativi (Es.: quél, quéllo, quélla, quéi, quélle, ecc.)   nei vocaboli stélla e capéllo  
 
Nei suffissi di sostantivi in "-emo", "-ema", "-eno", "-ena"
Esempi: teorèma, anatèma, problèma, apotèma, crisantèmo, Polifèmo, eritèma, Trasimèno, falèna, altalèna, cantilèna, trèno  
 
Nelle terminazioni in "-enda", "-endo" e in tutte le desinenze del gerundio
Esempi: agènda, bènda, tremèndo, orrènda, corrèndo, temèndo, cuocèndo, aprèndo, leggèndo, facèndo, morèndo, starnutèndo, ferèndo, mettèndo
Eccezioni ("e" chiusa):   nei verbi scéndo e véndo.  
 
Nelle desinenze dell'infinito in "-endere"
Esempi: appèndere, sorprèndere, attèndere, intèndere
Eccezioni ("e" chiusa):   nei verbi scéndere e véndere.  
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi derivati dai numerali in "-enne"
Esempi: decènne, ventènne, tredicènne, sessantènne, quarantaquattrènne  
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi derivati dai numerali in "-ennio"
Esempi: biènnio, triènnio, millènio, cinquantènnio  
 
Nei suffissi di nomi etnici in "-eno"
Esempi: madrilèno, cilèno, nazarèno  
 
Nelle terminazioni in "-ensa", "-ense", "-enso"
Esempi: sènso, intènso, forènse, dispènsa, mènsa, melènso, parmènse, pènso, ripènso  
 
Nelle terminazioni in "-enta", "-ente", "-ento", "-enti" comprese tutte le desinenze del participio presente in "-ente"  
Esempi: lènte, gènte, accidènte, sovènte, corrènte, silènte, consulènte, sedicènte, seducènte, mittènte, ponènte, avènte, dormiènte, perdènte, spingènte, cedènte, contraènte, aderènte, facènte, bevènte, tagliènte  
Eccezioni ("e" chiusa): tutti gli avverbi in "-mente" (Es.: abilménte, benevolménte, incessanteménte, correttaménte, generalménte, scioccaménte, duraménte, simpaticaménte, facilménte, inopinataménte, assurdaménte, esattaménte)   nei vocaboli vénti (numero), trénta; nei vocaboli in "-mento", "-mente", "-menta", "-menti" (Es.: laménto, paviménto, moménti, torménto, ménta, seménte)  
 
Nelle terminazioni in "-enza"
Esempi: aderènza, sènza, partènza, urgènza, lènza, licènza, ricorrènza, invadènza, maldicènza  
 
Nelle terminazioni in "-erbo", "-erba"
Esempi: risèrbo, acèrbo, sèrbo, supèrbo, èrba, sèrba  
 
Nelle terminazioni in "-erbia"
Esempi: supèrbia  
 
Nelle terminazioni in "-erio", "-eria"
Esempi: misèria, sèrio, putifèrio  
 
Nelle terminazioni in "-erno", "-erna"
Esempi: etèrno, quadèrno, lucèrna, invèrno, matèrno, tavèrna, govèrno, lantèrna
Eccezioni ("e" chiusa):   nel vocabolo schérno.
 
Nelle terminazioni in "-erro", "-erra"
Esempi: tèrra, fèrro, guèrra, affèrro, sottèrro, sèrra, vèrro, sottèrra  
 
Nelle terminazioni in "-erso", "-ersa"
Esempi: pèrso, emèrso, vèrso, tèrso, sommèrso, dispèrsa, detèrsa, rivèrsa  
 
Nelle terminazioni in "-erto", "-erta", "-erte"
Esempi: apèrto, copèrta, incèrto, soffèrto, consèrte, cèrto
Eccezioni ("e" chiusa):   nei vocaboli érta (salita), érto (scosceso)   nell'espressione "all'érta".  
 
Nelle terminazioni in "-ervo", "-erva"
Esempi: sèrvo, cèrvo, risèrva, nèrvo  
 
Nelle terminazioni in "-ervia"
Esempi: protèrvia  
 
Nei suffissi dei superlativi in "-errimo"
Esempi: integèrrimo, aspèrrimo, acèrrimo  
 
Nei suffissi dei numerali ordinali in "-esimo"
Esempi: centèsimo, millèsimo, milionèsimo, ventèsimo, trentèsimo  
 
Nelle terminazioni in "-estre", "-estra", "-estro", "-estri"
Esempi: alpèstre, terrèstre, palèstra, canèstro, finèstra, pedèstre, maldèstro, ambidèstro, dèstra  
 
Nelle desinenze del passato remoto in "-etti", "-ette", "-ettero"
Esempi: credètti, dovèttero, stèttero, cedètte   Nei vocaboli terminanti in "-ezio", "-ezia" Esempi: inèzia, scrèzio, facèzia
 
La é chiusa
La "e" fonica chiusa italiana (é) deriva spesso dalla "e" lunga e dalla "i" breve del latino classico.
 
Esempi:
cera --> céra
semen --> séme
vitrum --> vétro
capillus --> capéllo
 
La lettera "e" ha suono chiuso nei seguenti casi:
Nei monosillabi atoni
Esempi: é (congiunzione), mé, né, té, sé, ré (monarca), vé, pér
Eccezioni: ("e" aperta) il vocabolo  (nota musicale)  
 
Nei suffissi di avverbi in "-mente"
Esempi: sinceraménte, inutilménte, praticaménte, segretaménte, popolarménte, frugalménte, correttaménte  
 
Nelle terminazioni in "-mento" e "-menta"
Esempi: sentiménto, proponiménto, moménto, ménta, struménto, torménto, godiménto, struggiménto, falliménto
Eccezioni ("e" aperta): le voci del verbo mentireio mènto, tu mènti, egli mènte, che tu mènta, ecc.  
 
Nei vocaboli tronchi in "-ché"
Esempi: perché, giacché, anziché, poiché, fuorché, sicché, macché  
 
Nelle terminazioni in "-eccio", "-eccia"
Esempi: fréccia, féccia, tréccia, libéccio, villeréccio, intréccio, cicaléccio  
 
Nei sostantivi con terminazione in "-efice"
Esempi: oréfice, carnéfice, artéfice, pontéfice  
 
Nei suffissi di sostantivi e verbi in "-eggio", "-eggia", "-egge", "-eggi"
Esempi: campéggio, manéggio, postéggio, pontéggio, alpéggio, cartéggio, légge(sostantivo), puléggia
Eccezioni ("e" aperta): i vocaboli: èggia, sèggio, pèggio; le forme del verbo lèggere: tu lèggi, egli lègge
 
Nei suffissi di aggettivi in "-esco"
Esempi: pazzésco, burlésco, guerrésco, goliardésco, principésco, farsésco, manésco
 
Nelle terminazioni in "-ese", "-esa", "-eso", "-esi"
Esempi: arnése, frésa, sospéso, paése, francése, imprésa, péso, illéso
Eccezioni ("e" aperta): nei vocaboli nei quali la "e" fonica forma dittongo con la "i" (Es.: chièsa); nei vocaboli blèso, obèso, tèsi(sostantivo), catechèsi, esegèsi
 
Nei suffissi di sostantivi in "-esimo"
Esempi: battésimo, umanésimo, cristianésimo, paganésimo
Eccezioni ("e" aperta): nel vocabolo infinitèsimo; i numerali ordinali (Es.: centèsimo, millèsimo, ecc...)
 
Nei suffissi di sostantivi femminili in "-essa"
Esempi: dottoréssa, principéssa, contéssa, elefantéssa, badéssa
 
Nei suffissi di sostantivi collettivi in "-eto", "-eta"
Esempi: fruttéto, meléto, pinéta, agruméto, roséto
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi diminutivi e collettivi in "-etto", "-etta"
Esempi: librétto, casétta, chiesétta, pezzétto, navétta, terzétto, quintétto, palchétto, porchétta, forchétta, carrétta, collétto
 
Nelle terminazioni in "-eguo", "-egua"
Esempi: séguo, adéguo, trégua, diléguo, ecc.
 
Nei suffissi di aggettivi che al singolare terminano in "-evole"
Esempi: lodévole, incantévole, ammirévole, caritatévole, deplorévole, cedévole, arrendévole
 
Nei suffissi di sostantivi in "-ezza"
Esempi: bellézza, debolézza, chiarézza, salvézza, dolcézza, mitézza, arrendevolézza, segretézza
Eccezioni ("e" aperta): nel vocabolo mèzza
 
Nelle preposizioni articolate
Esempi: dél, délla, déllo, dégli, délle, déi, nél, néllo, nélla, négli, nélle, néi, péi
 
Nei pronomi personali
Esempi: égli, élla, ésso, éssa, éssi, ésse
 
Negli aggettivi dimostrativi
Esempi: quésto, quésta, quéste, quésti, quéllo, quélla, quégli, quélli, quélle, codésto, codésta, codésti, codéste
 
Nelle desinenze del Passato Remoto in "-ei", "-esti", "-e", "-emmo", "-este", "-ettero"
Esempi: credéi, credéste, credéttero, poté, potémmo, dicémmo, volésti
 
Nelle desinenze del Futuro in "-remo, "-rete"
Esempi: vedrémo, diréte, cadréte, volerémo, fileréte, caricherémo, toccheréte, calcolerémo
 
Nelle desinenze dell'Infinito della seconda coniugazione
Esempi: cadére, avére, volére, bére, sedére, potére, godére
 
Nelle desinenze del Congiuntivo Imperfetto in "-essi", "-esse", "-essimo", "-este", "-essero"
Esempi: dovéssi, volésse, prendéssimo, cadéste, godéssero
 
Nelle desinenze del Condizionale Presente in "-resti", "-remmo", "-reste"
Esempi: farémmo, vedréste, cadrésti, potrésti, vorrémmo
 
Nelle desinenze del Indicativo Presente e dell'Imperativo in "-ete"
Esempi: prendéte, cadéte, rompéte, voléte, potéte, dovéte
 
Nelle desinenze dell'Indicativo Imperfetto in "-evo", "-eva", "-evano"
Esempi: dicévo, facévano, mettévo, volévano, potévo, dovévano
 
 
La ò aperta
La "o" fonica aperta italiana (ò) deriva spesso dalla "o" breve e dal dittongo "au" del latino classico.
 
Esempi:
focus --> fuòco
locus--> luògo
aurum --> òro
paucus --> pòco
 
La lettera "o" ha suono aperto nei seguenti casi:
Nel dittongo "-uo"
Esempi: tuòno, scuòla, uòmo, suòi, tuòi, buòi, vuòi, suòcera, nuòra, suòra, cuòre
Eccezioni ("o" chiusa):
 
quando il dittongo fa parte dei suffissi di sostantivi in "-uosa", "-uoso" (Es.:affettuóso, sinuóso, flessuósa, lussuósa, fruttuóso, acquósa, ecc.)
 
nei vocaboli liquóre, languóre.
 
Nei vocaboli tronchi terminanti in "-o" comprese le forme verbali del futuro e del passato remoto
Esempi: però, falò, andrò, arrivò, cercò, sognò, pedalò, ritirò, acquistò
 
Nei vocaboli in cui la "o" sia seguita da una consonante dopo la quale vengono due vocali
Esempi: negòzio, sòcio, petròlio
Eccezioni ("o" chiusa): nel vocabolo incrócio.
 
Nelle terminazioni in "-orio", "-oria"
Esempi: stòria, glòria, dormitòrio, conservatòrio
 
Nei vocaboli di origine straniera entrati a far parte del linguaggio comune
Esempi: bòxe, gòng, yògurt, lòden, lòrd, pòster
 
Nelle terminazioni in "-occio", "-occia"
Esempi: cartòccio, saccòccia, bòccia, grassòccio, ròccia, figliòccio
Eccezioni ("o" chiusa): nei vocaboli dóccia e góccia.
 
Nelle terminazioni in "-odo", "-oda", "-ode"
Esempi: bròdo, chiòdo, sòda, mòda, pagòda, chiòdo, lòdo, òdo, fròdo, fròde
Eccezioni ("o" chiusa): nel verbo ródere e nei suoi composti (Es.: ródo, eródo, corródo, ecc.); nel vocabolo códa.
 
Nelle terminazioni in "-oge", "-ogia", "-ogio", "-oggia", "-oggio", "-oggi"
Esempi: dòge, fòggia, òggi, piòggia, barbògio, allòggio, fròge, appòggia, appòggio
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi in "-oide"
Esempi: tiròide, mattòide, collòide, steròide, pazzòide
 
Nei suffissi di sostantivi in "-olo", "-ola"
Esempi: carriòla, tritòlo, stagnòla, tagliòla, bagnaròla, mariuòlo, mentòlo
Eccezioni ("o" chiusa): i vocaboli sólo, vólo; le voci del verbo colare e i suoi derivati (Es.: cólo, scólo, ecc.)
 
Nelle terminazioni in "-osi", "-osio" in sostantivi usati in campo scientifico e medico
Esempi: calcolòsi, fibròsi, tubercolòsi, artròsi, ipnòsi, lattòsio, destròsio, maltòsio, saccaròsio, glucòsio
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi in "-otto" e in generale nelle terminazioni in "-otto", "-otta"
Esempi: sempliciòtto, bambolòtto, lòtto, bòtta, còtto, còtta, salòtto, dòtto, decòtto
Eccezioni ("o" chiusa): nei verbi derivati dal latino "ducere" (Es.: indótto, condótto, ridótto, tradótto, ecc.); nei vocaboli ghiótto, rótto, sótto
 
Nei suffissi di sostantivi in "-ottola", "-ottolo"
Esempi: viòttolo, collòttola, naneròttolo, pallòttola
 
Nei suffissi di sostantivi in "-ozzo", "-ozza"
Esempi: tinòzza, tavolòzza, còzzo, tòzzo, còzza, piccòzza
Eccezioni ("o" chiusa): i vocaboli gózzo, pózzo, singhiózzo, rózzo, sózzo
 
Nelle terminazioni in "-olgia", "-orgia"
Esempi: bòlgia, fòrgia, òrgia
 
Nelle desinenze "-olsi", "-olse", "-olsero" del Passato Remoto
Esempi: còlsi, tòlsero, sconvòlsero, vòlsero, vòlsi, avvòlsero, raccòlsi
 
Nel Participio Passato in "-osso"
Esempi: mòsso, scòssa, percòsso
 
Nei suffissi di derivazione greca: "-ologo", "-ogico", "-ografo", "-omico"
Esempi: pròlogo, psicològico, fotògrafo, còmico
 
La ó chiusa
La "o" fonica chiusa italiana (ó) deriva spesso dalla "o" lunga e dalla "u" breve del latino classico.
 
Esempi:
nomen --> nóme
cognosco --> conósco
fuga --> fóga
supra --> sópra

La lettera "o" ha suono chiuso nei seguenti casi:
Nei monosillabi che terminano con consonante
Esempi: cón, nón, cól
Eccezioni ("o" aperta): nei vocaboli sòl (nota musicale) e dòn.
 
Nelle terminazioni in "-oce"
Esempi: cróce, feróce, atróce, fóce, nóce
Eccezioni ("o" aperta): nei casi in cui la "o" sia preceduta dalla vocale "u" formando il dittongo "-uo-" (Es.: nuòce, cuòce, ecc.)
nel vocabolo precòce
 
Nelle terminazioni in "-ogno", "-ogna"
Esempi: bisógno, carógna, sógno, cicógna, zampógna, rampógna
 
Nei suffissi di aggettivi in "-ognolo"
Esempi: amarógnolo, giallógnolo
 
Nelle terminazioni in "-one"
Esempi: missióne, ottóne, nasóne, calzóne, coccolóne, briccóne, mascalzóne, pantalóne, giaccóne, veglióne, torrióne, bastióne
 
Nelle terminazioni in "-zione"
Esempi: azióne, creazióne, dizióne, lezióne, situazióne
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi in "-oio", "-oia"
Esempi: abbeveratóio, galoppatóio, mangiatóia, mattatóio, corridóio, feritóia, cesóia, tettóia
Eccezioni ("o" aperta): nei vocaboli sòia, salamóia,
 
Nelle terminazioni in "-ondo", "-onda"
Esempi: fóndo, móndo, secóndo, sónda, ónda
 
Nelle terminazioni in "-onto", "-onte", "-onta"
Esempi: frónte, cónto, ónta, mónte, scónto, accónto, viscónte
 
Nei suffissi di sostantivi in "-onzolo"
Esempi: medicónzolo, pretónzolo, girónzolo, frónzolo
 
Nelle terminazioni in "-ore", "-ora"
Esempi: dolóre, amóre, óra, ancóra, finóra, attóre, candóre, tenóre, fattóre, corridóre, calóre, livóre, fervóre, colóre, nuotatóre, pescatóre
Eccezioni ("o" aperta): nei casi in cui la "o" sia preceduta dalla vocale "u" formando il dittongo "-uo-" (Es.: nuòracuòre, ecc.).
 
Nelle terminazioni in "-orno", "-orna"
Esempi: giórno, contórno, fórno, adórna, ritórna, ritórno
Eccezioni ("o" aperta): nel vocabolo còrno, còrna, pòrno
 
Nei suffissi di sostantivi e aggettivi in "-oso", "-osa"
Esempi: affettuóso, afóso, erbósa, gioióso, dolorósa, ambizióso, contenzióso, collósa, medicamentósa, curióso, pallósa, sediziósa, caloróso, stizzóso, baldanzósa, borióso
Eccezioni ("o" aperta): nei vocaboli ròsa (fiore e colore), còsa, iòsa, spòsa
 
Nei pronomi personali
Esempi: nói, vói, lóro, costóro, colóro.
 
 
Le consonanti sibilanti dentali
Una distinzione simile a quella fatta per le vocali va fatta anche per le Consonanti Sibilanti Dentali che sono la "S" e la "Z".

Pertanto avremo:  
Consonanti sibilanti dentali fonetiche sono quattro:
  1. "S" aspra,
  2. "Z" aspra (dette anche sorde)
  3. "S" dolce,
  4. "Z" dolce (dette anche sonore)
La pronuncia fonetica di queste consonanti sarà:
"S" sorda o aspra, come nelle parole sole, rosso, cascare
"S" sonora o dolce, come nelle parole rosa, asilo, vaso
"Z" sorda o aspra, come nelle parole zucchero, bellezza, stanza
"Z" sonora o dolce, come nelle parole zanzara, azalea, dozzina
 
La S aspra o sorda
La "S" aspra o sorda italiana è quella usata nella pronuncia dell vocabolo sale e si presenta nei seguenti casi:
Quando si trova in principio di vocabolo ed è seguita da vocale
Esempi: sole, sale, sapere, sedano, sorpresa, sabato, sicuro, solluchero, sedurre, sospetto, situazione, secessione, superiore, sultano
 
Quando è iniziale del secondo componente di un vocabolo composto
Esempi: affittasi, disotto, girasole, prosegue, risapere, unisono, preservare, riservare, reggiseno, pluristrato, multistrato
 
Quando è doppia
Esempi: essere, asso, tosse, dissidio, tessera, rissa, fossa, riscossa, affossare, arrossare, assistente, intossicante
 
Quando è preceduta da consonante
Esempi: arso, polso, comprensione, corso, ascensore, censore, pulsore, arsura, tonsura, censo, incenso
Eccezioni ("s" dolce o sonora): nei vocaboli con prefisso "trans-" (Es.: transalpino, transatlantico, transigere, transitare, translucido, transoceanico).
 
Quando è seguita dalle consonanti cosiddette sorde "c", "f", "p", "q", "t"
Esempi: scala, sfera, spola, squadra, storta, ascolto, aspetto
 
Attenzione però, perché: secondo alcuni dizionari fonetici il suono della "s" deve essere aspro anche in molti altri casi come casa, cosa, così, mese, naso, peso, cinese, piemontese, goloso, bisognoso e altri. In realtà questo tipo di pronuncia è desueta e quasi completamente in disuso, ad eccezione che per qualche parlata dell'Italia centrale e meridionale.
 
La S dolce o sonora
La "s" dolce o sonora italiana è quella usata per pronunciare il vocabolo asma e si presenta nei seguenti casi:
Quando si trova tra due vocali
Esempi: viso, rosa, chiesa, bisogno, uso, coeso, difeso, contuso, colluso, reso, steso, bleso, blusa
Eccezioni ("s" aspra o sorda):
 
In alcuni vocaboli come preside, presidente, trasecolare, disegno. Questi vocaboli, in realtà, sono vocaboli composti anche se questa caratteristica non è immediatamente evidente.
 
Quando è seguita dalle consonanti cosiddette sonore "b", "d", "g", "l", "m", "n", "r", "v"
Esempi: sbarco, sdegno, sdoppiare, sgarbo, sgridare, slitta, slegare, smania, sminuzzare, sniffare, snaturare, sradicare, svelto, sventare
 
La Z aspra o sorda
La "z" aspra o sorda italiana è quella usata per pronunciare il vocabolo calza e deriva spesso dalla "-ti-" seguita da vocale del latino classico.
 
Esempi:
facetia --> facezia
pretium --> prezzo
tertium --> terzo

La lettera "z" ha suono aspro o sordo nei seguenti casi:
 
Quando è preceduta dalla lettera "L"
Esempi: alzare, sfilza, calza, milza, innalzare, scalzare, colza, balzano, filza, calzolaio
Eccezioni ("z" dolce o sonora): nei vocaboli elzeviro e belzebù.
 
Quando è lettera iniziale di un vocabolo e la seconda sillaba inizia con una delle consonanti cosiddette mute "c", "f", "p", "q", "t"
Esempi: zampa, zoccolo, zoppo, zappa, zattera, zufolo, zinco, zucchero, zitto, zolfo, zecca
Eccezioni ("z" dolce o sonora): nei vocaboli zaffiro, zefiro, zotico, zeta, zafferano, Zacinto.
 
Quando è seguita dalla vocale "i" seguita a sua volta da un'altra vocale
Esempi: zio, agenzia, polizia, grazia, ospizio, silenzio, vizio
Eccezioni ("z" dolce o sonora): nel vocabolo azienda; in tutti quei vocaboli derivati da altri vocaboli che seguono la regola della zeta dolce o sonora (Es.: romanziere che deriva da romanzo, ecc.).
 
Nei vocaboli con terminazioni in "-ezza", "-ozza", "-uzzo"
Esempi: grandezza, tinozza, spruzzo, carrozza, puzzo, pozzo, olezzo, piccozza, piccolezza
Eccezioni ("z" dolce o sonora): nel vocabolo brezza.
 
Nelle desinenze dell'Infinito in "-azzare"
Esempi: ammazzare, strapazzare, sghignazzare, cozzare, insozzare, sminuzzare
 
Nei suffissi in "-anza", "-enza"
Esempi: speranza, usanza, credenza, assenza, prudenza, portanza, vicinanza, incompetenza, impazienza, tolleranza, tracotanza, presenza
 
Nei suffissi in "-onzolo"
Esempi: ballonzolo, pretonzolo, mediconzolo
 
 
La Z dolce o sonora
La "z" dolce o sonora italiana è quella usata per pronunciare il vocabolo zero e deriva spesso dalla "-di-" seguita da vocale del latino classico.
 
Esempi:
prandium --> pranzo,
radius --> razzo.

La lettera "z" ha suono dolce o sonoro nei seguenti casi:
Nei suffissi dei verbi in "-izzare"
Esempi: organizzare, penalizzare, coalizzare, concretizzare, carbonizzare, sinterizzare, sintetizzare
 
Quando è lettera iniziale di un vocabolo ed è seguita da due vocali
Esempi: zaino, zuavo, zoologo
Eccezioni ("z" aspra o sorda): nel vocabolo zio e suoi derivati che rientrano nella regola della zeta aspra o sorda perché presentano la vocale "i" seguita da un'altra vocale.
 
Quando è lettera iniziale di un vocabolo e la seconda sillaba inizia con una delle consonanti cosiddette sonore "b", "d", "g", "l", "m", "n", "r", "v"
Esempi: zebra, zodiaco, zigote, zelante, zummare, zenzero, zero, zavorra
Eccezioni ("z" aspra o sorda): nei vocaboli zanna e zazzera; nel vocabolo zigano perché in realtà deriva dal termine caucasico "tzigan".
 
Quando è semplice in mezzo a due vocali semplici
Esempi: azalea, azoto, ozono, Ezechiele, Azeglio, nazareno
Eccezioni ("z" aspra o sorda):
nel vocabolo nazismo.
 
Il rafforzamento
La regola del rafforzamento sintattico, in genere ignorata (al nord) o malamente utilizzata (al sud), impone di pronunciare alcune consonanti semplici, poste ad inizio di parola, come se fossero doppie.
Questo raddoppiamento pronunciato, e non scritto, deve essere effettuato nei seguenti casi:
Dopo tutte le parole polisillabe tronche
 
Esempi:
perché no --> perché-nnò
città santa --> città-ssanta
sarò tua --> sarò-ttua
 
Dopo i monosillabi accentati o tonici né, già, quà, là, fa, più, sì, ma, sa, fra, se, a, e, o,ecc..
Esempi: 
già detto --> già-ddetto
là sotto -->là-ssotto
fra noi --> fra-nnoi
se dici --> se-ddici
e poi --> e-ppoi
a noi --> a-nnoi
 
Dopo la forma è del verbo essere
 
Esempi:
è vero --> è-vvero
è falso --> è-ffalso
 
 
I numeri, i mesi, i giorni
I numeri cardinali:  
 
ùno sèi ùndici sédici trénta
dùe sètte dódici diciassètte -----
tré òtto trédici diciòtto cènto
quàttro nòve quattórdici diciannòve -----
cìnque dièci quìndici vénti milióne
 
 
 
 
 
 
I numeri ordinali: 
prìmo sèsto undicèsimo sedicèsimo
secóndo sèttimo dodicèsimo diciassettèsimo
tèrzo ottàvo tredicèsimo diciottèsimo
quàrto nòno quattordicèsimo diciannovèsimo
quìnto dècimo quindicèsimo ventèsimo
 
 
 
 
 
 
 
 
I mesi dell'anno:
gennàio febbràio màrzo aprìle
màggio giùgno lùglio agósto
settèmbre ottóbre novèmbre dicèmbre
 
 
 
 
 
I giorni della settimana: 
lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì sàbato doménica
 
 
 
I nomi propri
I nomi propri non seguono le regole esposte precedentemente. Occorre quindi conoscerne l'esatta pronuncia imparando a memoria quelli più comuni.
Eccone un elenco: 
 
 
Abèle, Adèlchi, Adèle, Adòlfo, Adóne, Albèrto, Agnèse, Alèssio, Alfrédo, Alighièro, Ambrògio, Amedèo, Amèlia, Amlèto, Anaclèto, Andrèa, Angèlica, Antònio, Antonèllo, Ansèlmo, Arnòldo, Auròra
Benedétto, Bèrta, Bòris
Carlòtta, Carmèlo, Celèste, Césare, Clèlia, Clemènte, Cornèlio, Còsimo, Cristòforo,
Danièle, Demètrio, Desidèrio, Diègo, Doménico, Dòra, Donatèlla,
Èbe, Edmóndo, Ègle, Èlena, Eleonòra, Elèttra, Èlio, Elisabètta, Elisèo, Élsa, Emanuèle, Èmma, Ènnio, Ènzo, Ernèsto, Èster, Èttore, Eugènio, Eusèbio, Èva,
Fedéle, Fedòra, Filibèrto, Fiorènzo, Francésco, Fulgènzio,
Gabrièle, Gabrièlla, Galilèo, Gaudènzio, Gastóne, Gèmma, Genèsio, Genovèffa, Gilbèrto, Ginévra, Gigliòla, Giórgio, Giosuè, Giròlamo, Gisèlla, Giusèppe, Goffrédo, Gregòrio, Gualtièro, Guglièlmo,
Innocènzo, Irène, Isabèlla, Isòtta, Ippòlito,
Leopòldo, Lambèrto, Lorènzo,
Maddalena, Marcèllo, Mattèo, Michèle, Milèna, Mirèlla, Mònica,
Nicòla, Nòra, Nòrma,
Ofèlia, Olivièro, Òlga, Omèro, Orèste, Ornèlla, Órsola, Òscar, Otèllo,
Perpètua, Piètro, Pompèo,
Rachèle, Raffaèle, Raimóndo, Rebècca, Rèmo, Robèrto, Romèo, Ròcco, Ròmolo, Ròsa, Ruggèro,
Salvatóre, Secóndo, Sèrgio, Sèsto, Sèttimo, Sevèro, Silvèstro, Simóne, Simonétta, Stéfano, Sònia,
Taddèo, Telèmaco, Teodòro, Terènzio, Terèsa, Tesèo,
Umbèrto,
Valèrio, Verònica, Vincènzo, Vittòrio 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Gli omonimi
Nella lingua italiana esistono casi di omonimie che si differenziano nel loro significato proprio per il diverso tipo di accento fonico che le caratterizza, anche se, per altro, tale accento non sia mai segnalato grafica.
 
Nelle due tabelle seguenti sono elencati quei casi nei quali occorre stare particolarmente attenti per evitare ambiguità e malintesi.
 
Vocale è aperta Vocale é chiusa
Accètta (verbo e aggettivo) Accétta (scure)
Affètto (sentimento, colpito da malanno) Affétto (verbo affettare)
Arèna (circo, anfiteatro) Aréna (sabbia)
Collèga (compagno) Colléga (verbo collegare)
Corrèsse (verbo correggere) Corrésse (verbo correre)
Crèdo (preghiera e sostantivo) Crédo (verbo credere)
Crèta (isola del mediterraneo) Créta (argilla)
Èsca (verbo uscire) Ésca (cibo, richiamo per pesci)
Èsse (lettera dell'alfabeto) Ésse (pronome)
Lègge (verbo leggere) Légge (norma)
Mènto (verbo mentire) Ménto (parte del viso)
Mèsse (raccolto) Mésse (funzioni religiose)
Nèi (macchie della pelle) Néi (preposizione articolata)
Pèsca (frutto) Pésca (verbo pescare)
Pèste (malattia) Péste (tracce, orme)
Rè (nota musicale) Ré (monarca, regnante)
Tè (bevanda) Té (pronome)
Tèlo (dardo, freccia) Télo (tessuto)
Tèma (argomento, componimento) Térna (verbo temere e sostantivo)
Vènti (plurale di vento) Vénti (numero)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Vocale ò aperta Vocale ó chiusa
Accòrsi (verbo accorgere) Accórsi (verbo accorrere)
Bòtte (percosse) Bótte (recipiente per vini)
Còlto (verbo cogliere) Cólto (istruito, coltivato)
Còppa (tazza) Cóppa (parte del collo)
Còrso (abitante della Corsica) Córso (sostantivo e verbo correre)
Fòro (tribunale, piazza) Fóro (buco passante)
Fòsse (buche) Fósse (verbo essere)
Indòtto (non dotto, ignorante) Indótto (verbo indurre)
Pòrsi (verbo porgere) Pórsi (verbo porre)
Pòsta (ufficio postale, somma in gioco) Pósta (verbo porre)
Ròcca (fortezza) Rócca (conocchia del filatoio)
Ròsa (fiore) Rósa (verbo rodere)
Scòpo (fine, obiettivo) Scópo (verbo scopare)
Scòrsi (verbo scorgere) Scórsi (verbo scorrere)
Sòrta (specie) Sórta (verbo sorgere)
Tòcco (pezzo, berretto) Tócco (sostantivo e verbo toccare)
Tòrre (verbo togliere) Tórre (edificio)
Tòrta (verbo torcere) Tórta (dolce)
Vòlto (verbo volgere) Vólto (viso)
Vòlgo (verbo volgere) Vólgo (plebe, popolo)
Vòto (vuoto) Vóto (proponimento, desiderio, scelta)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I tempi dei verbi
I verbi ausiliari (essere e avere): 
Modo/Tempo Verbo essere Verbo avere
Indicativo/Presente sóno, sèi, è, siète, sóno hò, avéte
Indicativo/Imperfetto èro, èri, èra, èrano avévo, avévi, avéva, avévano
Indicativo/Futuro semplice sarò, sarémo, saréte avrò, avrémo, avréte
Indicativo/Passato remoto fósti, fóste èbbi, avésti, èbbe, avémmo, avéste, èbbero
Congiuntivo/Presente sarèi, sarésti, sarèbbe, sarémmo, saréste, sarèbbero avrèi, avrésti, avrèbbe, avrémmo, avréste, avrèbbero
Congiuntivo/Imperfetto fóssi, fósse, fóssimo, fóste, fóssero avéssi, avésse, avéste, avéssero
Participio/Presente -------- avènte
Gerundio/Presente essèndo avèndo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Le principali desinenze dei verbi non ausiliari: 
Modo/Tempo
Singolare
 
 
Plurale
 
 
 
1^ pers.
2^ pers.
3^ pers.
1^ pers.
2^ pers.
3^ pers.
Indicativo/Presente
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-éte
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Indicativo/Imperfetto
-évo
-évi
-éva
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-évano
Indicativo/Futuro semplice
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-émo
-éte
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Indicativo/Passato remoto
-éci
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-éce
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-écero
 
-éi
-ésti
-émmo
-éste
-érono
 
-élsi
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-élse
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-élsero
 
-énni
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-énne
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-énnero
 
-érsi
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-érse
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-érsero
 
-ési
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-ése
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-ésero
 
-éssi
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-ésse
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-éssero