di Felix B. Lecce
 
In questo periodo mi sono chiesto spesso se la comunicazione pubblica italiana sia solo sintomatica della incapacità degli addetti ai lavori di parlare la lingua italiana comune a noi tutti comprensibile, oppure se ne sia davvero affetta. Notoriamente i medici parlano il medicinese, gli psicologi lo psicologese e così via.
Ma poi mi assalgono dei dubbi atroci leggendo e ascoltando le maldestre comunicazioni degli addetti ai lavori sui media:
- potrei essere sintomatico di una malattia che non ho?
- potrei essere asintomatico di un'altra malattia?
- sono asintomatico o sano?
- sono più contagiosi gli asintomatici o i sintomatici?
- per prevenire maggiormente il contagio, sarebbe più sensato controllare i sintomatici o gli asintomatici che, in quanto insospettabili, possono andarsene in giro inconsapevoli e indisturbati a contagiare?
- come faccio a distinguere chi porta la mascherina perché sano, da chi la indossa perché asintomatico, o soltanto perché teme il contagio?
Insomma questo artificio lessicale si presta alle più disparate interpretazioni: puoi non avere sintomi, perché stai bene, oppure perché stai male ma non te ne stai accorgendo. Mi fa pensare a quella situazione in cui il medico prescrive al paziente degli psicofarmaci e si profilano due possibili condotte che vengono comunque ascritte ad un unico motivo: il paziente è malato! Situazione 1: il paziente non vuole prendere i farmaci perché è malato;situazione 2: il paziente accetta di prendere i farmaci, perché è malato. 
Per gli esperti di linguaggio, tale tipologia di artificio è il cosiddetto “doppio legame” (o double bind) concetto elaborato dall'antropologo Gregory Bateson, e utilizzato in seguito da altri membri della cosiddetta scuola di Palo Alto.
Il concetto di “asintomatico” si presta molto bene a insinuare nella mente delle persone l’ossessione della malattia senza sintomi e la compulsione al controllo continuo della propria salute. Da ciò potrebbe conseguirne, ad esempio, un sovraccarico dei medici di famiglia dovuto all’aumento della frequenza di consulti e di richieste di prescrizioni di esami diagnostici.
 
Ancora una volta certa comunicazione pubblica si focalizza sul significato prevalente di ciò che dichiara, trascurandone gli effetti.
Parlare di asintomaticità è esporsi anche al rischio che le persone, certamente fraintendendo lo slang medico, sviluppino una nosofobia collettiva basata sull’assunto: potrei star male anche quando mi sento bene. Oppure: potrei essere malato e non averne i sintomi o, ancora: meglio che inizi a comportarmi come se fossi sempre malato.
 
Che altro dirvi? Meglio dubbiosi di cose certe, che certi di cose dubbie. Tanto tutti siamo asintomatici di taluni dubbi e di talune certezze, no?
 
 
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