I sergenti istruttori dell’esercito britannico non sono famosi per la loro eleganza retorica. Eppure il loro schema di comunicazione – «dico cosa dirò, lo dico, dico cosa ho detto» – coincide quasi alla lettera con quello che Cicerone usava per convincere il Senato romano. Un caso? No. È la struttura più efficace che esiste per far passare un messaggio e farlo ricordare.
I sergenti istruttori dell’esercito britannico accolgono le reclute con un’allocuzione di benvenuto schematizzata così:
1) Dico ciò che dirò.
2) Lo dico.
3) Dico ciò che ho detto.
Marco Tullio Cicerone, che certamente non difettava di vocabolario, organizzava le sue orazioni seguendo la stessa logica: exordium, narratio e argumentatio, peroratio.
Perché la ridondanza strategica funziona
In entrambi gli schemi il messaggio viene anticipato nella prima parte, approfondito nella seconda, riassunto e ribadito nella terza. Questa struttura funziona per due ragioni precise.
Prima ragione: riduce i rischi di incomprensione e distrazione. La ripetizione – «repetita iuvant» – è uno dei mezzi più efficaci per ridurre al minimo le possibilità di perdita del messaggio.
Seconda ragione: facilita la persuasione. Permette anche all’interlocutore più distratto di capire su cosa si sta argomentando e a quale scopo, senza dover seguire tutto il discorso in dettaglio.
L’intuizione di Leopardi confermata dalle neuroscienze
Giacomo Leopardi scriveva nello Zibaldone: «Nessuna opinione vera o falsa, ma contraria all’opinione dominante e generale, si è mai stabilita nel mondo istantaneamente, e in forza di una dimostrazione lucida e palpabile, ma a forza di ripetizioni e quindi di assuefazione.» I più recenti studi delle neuroscienze sembrano proprio confermare questa intuizione.
Conclusione pratica: se fate o scrivete lunghi discorsi, preannunciate come li articolerete e poi agite di conseguenza.
1) Dite cosa direte.
2) Ditelo in dettaglio.
3) Riassumete e concludete con il vostro invito all’azione.
